La mediazione è obbligatoria anche per il fideiussore?

Qualche considerazione tecnica (e non) sul referendum costituzionale

Le giornate di riposo estivo sono state contrassegnate, almeno per chi scrive, dalla curiosità per uno spettacolo invero a metà tra il paradossale ed il grottesco sul tema del referendum consultivo sulla riduzione del numero dei parlamentari.

Va immediatamente detto che, ovviamente, ognuno ha legittimamente diritto di votare come più gli aggrada, e ci mancherebbe, ma i temi agitati, inevitabilmente come politici, da parlamentari, esperti (di nuovo o vecchio conio) e, ahimè, anche cattedratici di chiara fama, hanno creato un vero ircocervo di crociana memoria: altro che mettere insieme mele e pere, qua si sono aggiunte verdure e frutta le più varie!

Facciamo, allora, anzitutto, un po’ di chiarezza, ricordando che, evidentemente, tutti gli alti lai provenienti dal mondo parlamentare sono gravemente sospetti. Dopo che si è votato più volte e con percentuali bulgare il taglio, il ripensarci porta a concludere che l’interessato sia stretto nell’alternativa fatale: lo fa per conservare la poltrona o per bastonare l’avversario politico che (piaccia o no) sta portando a casa un risultato dall’elevato coefficiente di penetrazione nell’opinione pubblica?

Cominciamo dal pericolo per la Costituzione, che non esiste. È una modifica puntuale e chirurgica, che neanche scalfisce i veri pilastri della Costituzione e della Repubblica, al contrario di altre riforme del passato, complessive ed ampie.

Passiamo poi al numero: è falso che meno rappresentanti equivalga a meno rappresentanza politica (sulla rappresentatività vedremo dopo). Anzitutto la Repubblica nasce con un numero di eletti dal popolo più o meno coincidente con quello in discussione, poi aumentato nel 1963. E dal 1948 al 1953 (a parte che si registrò il boom economico: se non altro il numero porta bene) non risultano deficit di democrazia in Italia.

È poi intellettualmente disonesto comparare le nostre due camere (equipollenti come poteri ed identiche nelle funzioni) alle due camere inglesi, francesi e tedesche. Tutti e tre questi sistemi sono a bicameralismo imperfetto, mentre il nostro è perfetto, il che significa, anzitutto, diversità nel reclutamento dei membri dei due rami del parlamento. Difatti, House of Lords, Senat e Bundesrat non sono eletti dal popolo ma sono formati in varie e multiformi maniere (elezioni di secondo grado, ereditarietà, nomina regia, nomina ecclesiastica, addirittura). Perciò (come ha detto uno studioso che ha parlato appunto di mele e pere) è pura demagogia fare il paragone inserendo nel conteggio di Gran Bretagna, Francia e Germania i membri della camera (più che bassa) ‘altra’.

Facendo il conto tra parlamentari italiani (pre e post taglio) e membri della House of Commons, della Assemblée Nationale e del Bundestag, cioè comparando le sole mele, risulta invece che post taglio saremo allineati a questi paesi, a noi comparabili per popolazione. E dunque, dove sarebbe il ‘gli altri fanno così’?

È storicamente e costituzionalmente certo che assemblee parlamentari ipertrofiche siano caratteristica di paesi a basso tasso di democrazia. Senza invocare la prova a contrario degli U.S.A. (535 tra rappresentanti e senatori) che certo non sono il migliore dei sistemi possibili ma non possono definirsi non-democratici, basti pensare alla Cina (quasi 3.000 parlamentari: e non si dica che la popolazione è più di un miliardo; un numero maggiore sarebbe ingestibile) oppure, in maniera eclatante, all’U.R.S.S., che contava 2250 membri del parlamento ed oggi funziona (più o meno bene) con poco più di 600.

Gli stessi che, con 1/4 degli abitanti, vorremmo introdurre in Italia: dove sia lo scandalo non si comprende.

Sento poi profonda vergogna, come cittadino italiano, nel constatare, da anni ormai, l’esistenza delle figure dei peones e degli assenteisti. I primi, tristemente e com’è noto, sono quegli eletti sconosciuti alle cronache parlamentari, legislative e politiche in genere, piazzati nel seggio dai maggiorenti del partito col solo scopo di schiacciare il pulsante nel senso ed al momento richiesto: zero proposte di legge, zero relazioni, zero partecipazioni in Commissione. Una pena infinita. I secondi anche peggio: superare il 10% di assenze dal proprio seggio (e ce ne sono a dozzine) in cambio di cifre insultanti per quasi tutte le famiglie italiane, e vieppiù nel momento attuale, è semplicemente vergognoso. Col buon senso, che non deve mai mancare, meno parlamentari significherebbe, anzitutto, mettere tutti al lavoro e poi additare con più facilità all’imbarazzo pubblico chi non fa il suo dovere. Non ci sono storie.

Quanto all’aspetto economico, sfugge un punto, secondo il mio modesto parere. A parte che, comunque, un risparmio c’è e non è il caso di buttarlo via, dopo 30 anni di riforme annunciate e ‘parlate’ ma mai fatte (un’intera generazione di falliti, politicamente parlando) è il caso che la famosa o famigerata casta dia un segnale di voler cambiare le cose: è questo il punto veramente ‘economico’. Insomma, lungi dal procedere con l’ennesimo caso di benaltrismo (‘è ben altro quello che serve’, frase vuota che ha impallinato decine di idee di cambiamento, pur minime), si cominci a dare e far vedere un segnale.

Ma il vero pezzo d’autore sul quale molti hanno dato il meglio (o il peggio) è proprio quello della rappresentatività, cioè (attesa la desinenza– ività, così come -ivo/iva dell’aggettivo rappresentativo/rappresentativa) sull’idoneità di un qualcosa (il Parlamento ridotto) a rappresentare qualcos’altro (il popolo italiano). Ma le tante anime belle e colte che ne straparlano (tra cui moltissimi che hanno votato quattro volte il taglio e altrettanti che occupano cattedre universitarie) lo sanno che già oggi alcune Regioni hanno un drammatico deficit di rappresentatività? E lo sanno che la rappresentatività non c’entra un bel niente col numero dei parlamentari?

La rappresentatività è funzione diretta dell’incrocio, delicatissimo, tra sistema elettorale e collegi.

L’uno e gli altri, cioè, fanno in modo che gli eletti siano tali e non nominati, i candidati siano legati al territorio di provenienza e non siano paracadutati da Roma e così via.

Peccato, e qui torna in gioco la disonestà intelletuale, che l’uno e gli altri siano stabiliti per legge, e non per Costituzione. Infinitamente più chiaro e preciso del sottoscritto, il prof. Onida lo ha spiegato da par suo pochi giorni fa. Per non parlare del pernicioso sistema delle liste bloccate.

E infine, ma questo davvero lo capisce chiunque, non ha nessun senso parlare di legge elettorale se non è certo e sicuro il numero di soggetti da eleggere.

Insomma, ciascuno voti come vuole, ma lo faccia a ragion veduta e ragionando su circostanze e fatti precisi e soprattutto veri.

Pierluigi Giammaria – p.giammaria@lascalaw.com

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