Contratto preliminare e fallimento del promittente venditore

Può fallire una Holding occulta?

Deve trovare accoglimento l’istanza di fallimento di una Holding occulta, società di fatto, in forza della comprovata titolarità – in capo alla società medesima – di un credito risarcitorio e dell’insolvenza della Holding stessa.

Nel caso di specie, sotteso alla sentenza in commento, con reclamo ex art. 18 Legge Fallimentare, tre soggetti – persone fisiche – impugnavano la sentenza dichiarativa di fallimento della società di fatto composta da loro medesimi, eccependo la carenza di motivazione ed errore di applicazione delle regole sulla prova circa i concreti appartenenti a questa presunta holding di fatto.

In particolare, i ricorrenti sostenevano che il Tribunale non avesse mai valutato e neppure motivato la reale appartenenza alla società di fatto di ciascuno dei componenti nonché quale sarebbe stato l’operato degli stessi all’interno di questa presunta holding, tale da farli configurare come soci.

Di conseguenza, chiedevano la revoca del fallimento sia della presunta società di fatto che dei singoli ed asseriti soci.

Il Tribunale, nell’affermare la tesi della configurabilità in astratto di una Holding occulta, evidenziava che tale società di fatto “esiste come impresa commerciale per il solo fatto di essere stata costituita tra i soci col fine della direzione unitaria delle società commerciali figlie, vale a dire per l’effettivo esercizio dell’attività di direzione e controllo oggi esplicitamente considerata dall’art. 2497 e seguenti c.c.“, mentre la spendita del nome della società, “nel momento in cui si discuta di una società occulta, non ha alcun senso e, se ricorrono gli altri elementi previsti dall’art. 2247 cod. civ., l’esistenza della società di fatto non può essere messa in dubbio” (Cass. Civ. n. 15346/2016).

Il Tribunale individuava inoltre i tratti distintivi della fattispecie tramite il rinvio ai principi enucleati dalla giurisprudenza (una tra tutte, Cass. Civ. n. 12120/2016), pervenendo all’affermazione che la Holding di fatto sia provata dalla ricorrenza di una serie di indici sintomatici, quali – a titolo esemplificativo – la detenzione da parte dei soggetti di quote societarie delle società c.d. figlie, lo svolgimento, da parte dei medesimi soggetti, di ruoli preponderanti nell’amministrazione delle medesime società, la coincidenza tra le attività e l’organizzazione delle società controllate, lo svolgimento dell’attività di impresa in locali anche parzialmente coincidenti, l’esistenza di ricavi derivanti soprattutto da fatturati intercompany.

Tali elementi venivano concretamente rinvenuti nel caso de quo; in particolare, l’accollo, da parte delle società controllate, senza alcuna ragione economica, di un debito nei confronti della società di fatto e la direzione delle società controllate unitariamente da parte della famiglia, facendo operare le singole società figlie “come strumenti strategici per un interesse sovradimensionato”.

Stante quanto sopra, il Tribunale, a fondamento della propria decisione, aveva concluso che i reclamanti avessero di fatto creato una Holding occulta, che esercitava potere di direzione e coordinamento rispetto alle quattro società di famiglia – società i cui unici soci erano i medesimi membri della famiglia – evidenziando la responsabilità risarcitoria della citata società di fatto ex art. 2497 c.c., stante i danni creati alle controllate mediante tale attività. In forza della titolarità di tale credito risarcitorio e dell’insolvenza della Holding, ne aveva chiesto – ed ottenuto – la dichiarazione di fallimento.

La Corte, confermano in toto l’iter logico del Tribunale, rigettava il reclamo, confermando il fallimento sia della società di fatto che dei singoli soci.

Corte d’Appello di Venezia, 16 marzo 2017, n. 606

Silvia Alessandra Pagani – s.pagani@lascalaw.com

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