legittimazione passiva

Prova del nesso causale e causalità “omissiva” nei servizi di investimento

La Corte di Legittimità in una recente pronuncia è tornata ad occuparsi dell’onere della prova in ambito finanziario, con specifico riferimento al nesso causale e alla c.d. “causalità omissiva”.

Nel caso che rileva, due investitori convenivano la propria banca proponendo, in via principale, domanda di nullità (per vizi di forma e contrarierà a norme imperative) del contratto di deposito, negoziazione, ricezione e trasmissione ordini e dei titoli obbligazionari emessi dalla Argentina e Cirio che detenevano in portafoglio, nonché, in subordine, di dichiararsi la risoluzione per inadempimento dei contratti con condanna dell’istituto di credito al risarcimento del danno.

Gli attori, in dettaglio, sostenevano (i) di essere investitori con “basso” profilo di rischio e (ii) che la banca avrebbe omesso di fornire loro tutte le informazioni necessarie in relazione ai titoli acquistati. La banca, costituitasi in giudizio, resisteva alle domande attoree.

Il Tribunale, respinta la domanda principale, accoglieva la domanda subordinata di risoluzione contrattuale condannando l’istituto bancario alla restituzione delle somme investite. La Corte di Appello, investita della questione, riformava la sentenza respingendo tutte le domande proposte dagli investitori i quali presentavano ricorso in Cassazione lamentando, in particolare, la violazione dell’art. 23 TUF.

La Suprema Corte, nel rigettare il ricorso, ha avuto modo di confermare quali oneri processuali incombono sull’investitore che lamenti una violazione della disciplina dell’onere della prova in ambito finanziario.

Da un lato, la Corte ha affermato che: “l’investitore deve allegare l’inadempimento delle citate obbligazioni da parte dell’intermediario, nonché fornire la prova del danno e del nesso di causalità fra questo e l’inadempimento, anche sulla base di presunzioni; l’intermediario, a sua volta, deve provare l’avvenuto adempimento delle specifiche obbligazioni poste a suo carico”. Con particolare riferimento alla prova presuntiva del nesso causale la Corte di Legittimità ricorda che: “grava altresì sul cliente investitore l’onere della prova del nesso di causalità tra l’inadempimento e il danno: onere della prova la cui osservanza, versandosi in ipotesi di causalità omissiva, va scrutinata in ossequio alla regola del «più probabile che non» […] collocando ipoteticamente in luogo della condotta omessa quella legalmente dovuta, sì da accertare, secondo un giudizio necessariamente probabilistico condotto sul modello della prognosi postuma, se, ove adeguatamente informato, l’investitore avrebbe desistito dall’investimento rivelatosi poi pregiudizievole”.

Sulla scorta di tali principi la Suprema Corte, rilevato che i ricorrenti avevano acquistato in passato titoli ad alto rischio, ha negato la sussistenza del nesso causale: “Nel caso di specie, il ragionamento compiuto dalla Corte d’appello è perfettamente conforme a tale regola, dal momento che […] gli investitori erano propensi ad investimenti ad alto rischio, avendo in portafoglio obbligazioni delle medesima natura (obbligazioni messicane, brasiliane, turche e Parmalat), sicché non era plausibile che, ove informati della pericolosità dell’investimento (sostanzialmente analoga a quella degli altri titoli in loro possesso […]) sarebbero receduti dall’intento di investire in obbligazioni Cirio”.

Pertanto il giudizio di causalità, necessario per collegare il danno e l’inadempimento, deve essere ricostruito tenendo anche conto del profilo di rischio degli investitori valutando la loro esperienza finanziaria, i titoli da questi detenuti e il loro rischio di investimento onde provare che, se debitamente informati, avrebbero effettuato diverse scelte di investimento.

Cass. Civ., Sez. I, 21 marzo 2016, n. 5514 (leggi la sentenza)

Carlo Giambalvo Zillic.zilli@lascalaw.com

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