L’informativa nel contratto

I promotori finanziari non possono modificare le condizioni del prospetto informativo

La Corte di Legittimità si è espressa in merito ai poteri di rappresentanza dei promotori finanziari negando che questi possano avere il potere di modificare le condizioni del “prospetto informativo” e, quindi, intervenire sulle condizioni ivi stabilite.

Nel caso in esame, un promotore finanziario aveva accordato ad una società commerciale delle condizioni migliorative rispetto a quelle contenute nel “prospetto informativo” di un fondo di investimento. Successivamente, ottenuto il rifiuto della banca di corrispondere quanto preteso, la società la conveniva in giudizio.

Il Tribunale e la Corte d’Appello accoglievano la ricostruzione attorea la quale, facendo leva sui principi generali della rappresentanza apparente e dell’affidamento incolpevole, sosteneva che gli accordi intercorsi con il promotore fossero vincolanti nei confronti della banca.

Proponendo ricorso avanti alla Corte di Cassazione, la Banca censurava sotto diversi profili la pronuncia del Collegio di secondo grado ritenendo, tra l’altro, che (i) il promotore finanziario non ha di per sé poteri rappresentativi e (ii) il prospetto informativo non può subire modifiche ad personam.

La pronuncia – che merita attenzione in quanto sistematicamente delinea ed esamina il ruolo del promotore finanziario, la responsabilità di quest’ultimo e della Banca, nonché la funzione del prospetto informativo – statuisce che “[…] il promotore può agire sulla base di diversi tipi di rapporto (autonomo o subordinato, di agenzia, di mandato, con o senza rappresentanza) che lo lega al preponente; ma il potere di rappresentanza non costituisce effetto naturale della particolare sua collocazione nell’organizzazione dell’impresa”.

Inoltre, con specifico riferimento alla natura del prospetto informativo, la sentenza ha affermato che: “[…] la pubblicazione del prospetto informativo, prevista nelle ipotesi di sollecitazione all’investimento, riguarda situazioni caratterizzate dal fatto che l’offerta è rivolta – secondo lo schema dell’art. 1336 c.c. –  ad un numero indeterminato ed indistinto di investitori in modo uniforme e standardizzato, a condizioni di tempo e prezzo predeterminati” e che pertanto “ […] la volontà espressa dal proponente con il prospetto è il documento di offerta al pubblico, e primo atto del procedimento, che si conclude, al fine di produrre gli effetti suoi propri, con l’adesione dell’investitore espressa in forma adeguata, quale accettazione che perfeziona il contratto nei termini enunciati nel prospetto informativo”.

Precisato quanto sopra la Corte, in accoglimento del ricorso, ha da ultimo statuito che il promotore “[…] secondo il meccanismo posto dagli art. 94 e 95 d.lgs n. 58 del 1998, per definizione non partecipa alla determinazione del contenuto negoziale e non è in grado, di propria iniziativa, di introdurre clausole che determinino deviazione dalla disciplina del modello invariabile predisposto nel prospetto informativo” e ciò in quanto “[…] l’esposta disciplina non ammette l’operatività del principio dell’apparenza del diritto con riguardo alla rappresentanza del soggetto offerente, per conto del quale un promotore falsus procurator abbia promesso un rendimento garantito”.

Ne consegue, dunque, che ove il promotore prometta rendimenti o altri trattamenti più vantaggiosi rispetto a quelli indicati nel prospetto, il terzo contraente non può invocare i principi dell’apparenza, in particolare la propria condizione soggettiva di buona fede, per farne discendere conseguenze a sé favorevoli, vincolando ad essi l’offerente.

Cass., Sez. I, 24 febbraio 2016, n. 3625 (leggi la sentenza)

Carlo Giambalvo Zillic.zilli@lascalaw.com

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