A volte ritornano: il conflitto di interessi dell’amministratore di società

Giudizio introdotto con atto errato? Vale la piena sanatoria!

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, ha ritenuto che, nei procedimenti “semplificati” disciplinati dal D.lgs. 150/2011, il giudizio è correttamente instaurato anche se introdotto con un atto diverso rispetto a quello normativamente previsto ed a prescindere dalla pronuncia dell’ordinanza che dispone il mutamente del rito.

Nel caso in esame, il giudizio di primo grado era stato introdotto mediante la notifica di un atto di citazione – anziché mediante il deposito del ricorso – nel termine perentorio di trenta giorni previsto dall’art. 7 del D.lgs. 150/2011, decorrente dalla notifica della cartella. La citazione notificata, tuttavia, era stata depositata oltre la scadenza del predetto termine.

La III Sezione Civile della Corte, adita dal ricorrente per ragioni diverse rispetto a quelle esaminate in questa sede, ha rilevato d’ufficio la questione preliminare relativa alla necessità o meno – ai fini della salvezza degli effetti, sostanziali e processuali, prodotti dalla domanda avanzata con rito diverso da quello prescritto – di un formale provvedimento di mutamento del rito da parte del Giudice di primo grado, non oltre la prima udienza di comparizione delle parti.

Le Sezioni Unite, investite della questione, hanno anzitutto rilevato che non viene posto in discussione il principio della convalidazione degli effetti dell’atto introduttivo erroneo, nella specie citazione anziché ricorso, nel caso in cui la citazione notificata sia anche depositata nel termine di trenta giorni dalla notifica della cartella di pagamento. Ciò che viene posto in dubbio, infatti, è la necessità di una pronuncia di un’ordinanza di mutamento del rito ai fini dell’operatività di tale sanatoria.

Per approfondire la tematica, le Sezioni Unite si soffermano su tre diversi orientamenti formatisi nella giurisprudenza di legittimità e concludono ritenendo che la soluzione della questione relativa alla salvezza degli effetti prodotti dalla domanda irrituale vada risolta alla luce della ratio dell’art. 4, comma 5, D.lgs del 2011, che consiste nell’esigenza di “escludere in modo univoco l’efficacia retroattiva del provvedimento che dispone il mutamento”.

Su queste basi, viene rilevato che l’ordinanza di mutamento del rito non comporta una regressione del processo ad una fase anteriore a quella già svoltasi, né serve a valutare la legittimità degli atti di parte (e del giudice) adottati sino a quel momento, né costituisce un presupposto per la salvezza dei relativi effetti, i quali si producono in relazione alle norme del rito iniziale, ma indica solo il discrimine temporale tra l’applicazione delle regole del rito iniziale e quelle del rito da seguire nel prosieguo del giudizio. In tal senso può attribuirsi all’ordinanza di mutamento del rito una rilevanza costitutiva.

Di conseguenza, va seguita la tesi che sostiene che gli effetti, sostanziali e processuali, della domanda irritualmente avanzata si producono alla stregua del rito concretamente adottato, non solo quando il giudice di primo grado abbia adottato tempestivamente l’ordinanza di mutamento, ma anche quando tale provvedimento sia mancato, con conseguente consolidamento o stabilizzazione del rito erroneo.

In conclusione, le Sezioni Unite formulato il seguente principio di diritto: “nei procedimenti semplificati disciplinati dal d.lgs. n. 150 del 2011, nel caso in cui l’atto introduttivo sia proposto con citazione, anziché con ricorso eventualmente previsto dalla legge, il procedimento – a norma dell’art. 4 del d.lgs. n. 150 del 2011 – è correttamente instaurato se la citazione sia notificata tempestivamente, producendo essa gli effetti sostanziali e processuali che le sono propri, ferme restando le decadenze e preclusioni maturate secondo il rito erroneamente prescelto dalla parte; tale sanatoria piena si realizza indipendentemente dalla pronuncia dell’ordinanza di mutamento del rito da parte del giudice, la quale opera solo pro futuro, ossia ai fini del rito da seguire all’esito della conversione, senza penalizzanti effetti retroattivi, restando fermi quelli, sostanziali e processuali, riconducibili all’atto introduttivo, sulla scorta della forma da questo in concreto assunta e non a quella che esso avrebbe dovuto avere, dovendosi avere riguardo alla data di notifica della citazione effettuata quando la legge prescrive il ricorso o, viceversa, alla data di deposito del ricorso quando la legge prescrive l’atto di citazione”.

Cass., Sez. Unite, 12 gennaio 2022, n. 758

Mirko La Cara – m.lacara@lascalaw.com

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