A volte ritornano: il conflitto di interessi dell’amministratore di società

Irragionevole durata del processo esecutivo? L’esecutato deve provare il danno

Non grava sul debitore esecutato, rimasto in attivo all’interno del processo a suo carico, l’onere di allegare uno specifico interesse ad una celere espropriazione e di dimostrarne l’esistenza, nel rispetto degli ordinari criteri di riparto dell’onere della prova, non esplicandosi effetti negativi circa l’irragionevole durata del processo. Tale questione è stata oggetto della recente ordinanza emessa il 4 maggio 2022 dalla Corte di Cassazione Civile n. 14144, Sezione II.

Sul punto, i ricorrenti adducevano la violazione dell’art. 6 CEDU, in quanto la Corte d’Appello adita non avrebbe ritenuto che un processo esecutivo durato per 25 anni avesse superato di gran lunga il c.d. termine di durata ragionevole. La Suprema Corte veniva interpellata a pronunciarsi sulla mancata corresponsione in favore dei ricorrenti dell’indennizzo per la non ragionevole durata del processo civile di esecuzione promosso nei confronti degli stessi. 

Nel caso in oggetto, la granitica giurisprudenza evidenzia che il debitore sottoposto ad esecuzione forzata rimasto inattivo, non riporta effetti negativi per l’irragionevole durata del processo a suo carico, essendo lo stesso incentrato unicamente al soddisfacimento del creditore. Non potrà perciò sussistere nei confronti del debitore la presunzione di danno non patrimoniale derivante dalla pendenza del processo. Sarà onere del debitore esecutato provvedere all’allegazione di uno specifico interesse affinché l’espropriazione promossa nei suoi confronti avvenga nelle modalità più celeri e, conseguentemente, dimostrarne l’esistenza secondo le norme di legge. 

Se, invece, il debitore manifesti un ruolo attivo all’interno della procedura esecutiva, non sarà possibile escludere un concreto interesse dello stesso ad una rapida definizione. Al contrario, ove il debitore sia rimasto passivo, traendo vantaggio dall’eccessiva durata del processo, non potrà operare la presunzione di danno non patrimoniale invocata, in quanto egli dall’esito della procedura esecutiva riceverà un danno giusto. 

In conclusione, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso avanzato dai debitori non sussistendo in capo agli stessi le ragioni per invocare il danno. 

Cass., Sez. II, 4 maggio 2022, n. 14144

Giulia Simontacchi – g.simontacchi@lascalaw.com

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