Regolamento di giurisdizione e Pubblica Amministrazione

Compenso del legale: quali le possibili strade per il recupero del credito?

«In tema di liquidazione del compenso all’avvocato, l’abrogazione del sistema delle tariffe professionali per gli avvocati, disposta dal D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, convertito dalla L.27 marzo 2012, n. 27, non ha determinato, in base all’art. 9 D.L. cit., l’abrogazione dell’art. 636 cod.proc.civ. Anche a seguito dell’entrata in vigore del D. L. n. 1/2012, convertito dalla L. n. 27/2012, l’avvocato che intende agire per la richiesta dei compensi per prestazioni professionali può avvalersi del procedimento per ingiunzione regolato dagli artt.633 e 636 cod.proc.civ., ponendo a base del ricorso la parcella delle spese e prestazioni, munita della sottoscrizione del ricorrente e corredata dal parere della competente associazione professionale, il quale sarà rilasciato sulla base dei parametri per compensi professionali di cui alla L. 31 dicembre 2012, n. 247 e di cui ai relativi decreti ministeriali attuativi.».”.

È quanto ha precisato la Corte di Cassazione, chiamata ad enunciare, nell’interesse della legge, i principi di diritto ai quali il Tribunale di Roma avrebbe dovuto attenersi nell’ambito di un procedimento monitorio azionato da un avvocato per ottenere il pagamento del compenso per prestazioni professionali.

Sussiste, invero, un orientamento del Tribunale di Roma in virtù del quale i ricorsi per decreto ingiuntivo presentati a partire dal 2012 per la liquidazione dei compensi di avvocato in materia giudiziale e stragiudiziale civile debbano essere rigettati nonostante siano corredati dalla prova documentale dell’attività svolta e dal parere positivo reso dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di appartenenza.

L’orientamento del Tribunale di Roma (in contrasto con quello di altri Tribunali tra cui Torino, Napoli e Palermo) si fonda sul presupposto che la disposizione di cui all’art. 636 c.p.c. sia stata abrogata in conseguenza dell’eliminazione del sistema delle tariffe forensi di cui alla legge 27 del 27 marzo 2012.

La Suprema Corte, riunita a Sezioni Unite, ha dunque precisato che gli strumenti processuali utilizzabili dagli avvocati per ottenere il pagamento delle proprie spettanze professionali sono il ricorso per decreto ingiuntivo ex art. 633 e ss c.p.c. ed il procedimento speciale di cui all’art. 28 L. 794 del 13 giugno 1942 così come sostituito dall’art. 14 D.Lgs 150 del 1° settembre 2011.

Con particolare riferimento al ricorso per decreto ingiuntivo, la Suprema Corte ha richiamato la disposizione di cui all’art. 636 cpc precisando che “al di fuori delle ipotesi di tariffe fisse (…) la prova del credito necessaria per l’emanazione del decreto ingiuntivo è data da questi due elementi combinati: in primo luogo, la parcella sottoscritta dal ricorrente, la cui funzione è quella di fornire la prova dell’effettuazione delle prestazioni e delle spese. Essa costituisce una dichiarazione unilaterale assistita da una presunzione di veridicità, in quanto l’iscrizione all’albo del professionista è una garanzia della sua personalità; le poste o voci in essa elencate, in mancanza di specifiche contestazioni del cliente, non possono essere disconosciute dal giudice. In secondo luogo, è necessario il parere dell’organo professionale la cui funzione è quella di esprimere un giudizio critico sulla parcella.”

Il parere di congruità, come precisato dalla Corte, non si esaurisce in una semplice certificazione della rispondenza del credito alla tariffa professionale ma implica una valutazione di congruità in merito al quantum.

Alla luce delle considerazioni sopra svolte, prosegue la Corte, le tariffe svolgono una funzione integrativa della norma e suppletiva per il giudice, che se ne avvale quale criterio di riferimento nella determinazione del compenso al professionista allorquando difetti un accordo tra quest’ultimo ed il suo cliente o qualora non sussistano delle tariffe obbligatorie.

Considerato quanto sopra, la Suprema Corte ha precisato che la tesi secondo cui lo smantellamento del sistema tariffario ha comportato l’abrogazione tout court delle norme che lo richiamano e, in particolare, delle norme del codice di rito, non è sorretta da alcun indice normativo e neppure da validi criteri ermeneutici. L’effetto abrogativo, quindi, deve ritenersi limitato solo alla parte in cui la norma rinvia alla fonte di rango inferiore ormai soppressa, lasciando per il resto in tutto e per tutto inalterata la relativa struttura: la previsione del diverso criterio di liquidazione dei compensi, costituito dai parametri, comporta l’effetto sostitutivo dell’elemento abrogato con il nuovo sistema, ritenuto dal legislatore più congruo e agevole rispetto al precedente.

La pronuncia in commento ha così posto fine sia ad un acceso contrasto giurisprudenziale sia all’obbligo per gli avvocati, in attesa di ricevere il proprio compenso professionale, di dover ricorrere alle ben più lunghe e onerose strade del giudizio ordinario o del giudizio sommario di cognizione.

Cass., Sez. Unite, 8 luglio 2021, n. 19427

Maria Beatrice Petralia – b.petralia@lascalaw.com

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