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Procedura concorsuale: il fallito non e’ legittimato ad impugnare lo stato passivo

La Suprema Corte, con l’ordinanza in commento, è tornata nuovamente a ribadire il consolidato principio in base al quale, in tema di procedure concorsuali, non sussiste la legittimazione del fallito ad impugnare i provvedimenti adottati dal giudice delegato in sede di formazione dello stato passivo.

Ciò sotto un duplice aspetto.

In primo luogo, gli Ermellini hanno chiarito che i provvedimenti adottati dal giudice delegato rivestano natura meramente endoconcorsuale, e in quanto tali siano privi di definitività.

Nello specifico, è opportuno il richiamo da un lato all’art. 43 L. Fall., che sancisce la legittimazione esclusiva del curatore per i rapporti patrimoniali del fallito; dall’altro, l’espressa previsione di cui all’art. 98 L. Fall., a tenore del quale il decreto con cui il giudice rende esecutivo lo stato passivo non è suscettibile di denunzia con rimedi diversi dalle impugnazioni tipiche, né da soggetti differenti da quelli  legittimati, tra i quali non vi è ricompreso il fallito.

Sotto altro aspetto, il fallito è inoltre privo di legittimazione sostanziale e capacità processuale per contestare le pretese creditorie; il che porta ad escludere che, anche sul piano giuridico, vi possa essere un vero e proprio contraddittorio tra fallito e singolo creditore, e quindi un potere autonomo di azione in capo al primo.

E senza che possa argomentarsi in senso opposto alla luce della disposizione di cui all’art. 95 L. Fall., norma che prevede unicamente che il fallito possa chiedere di essere sentito, e che si colloca dunque nell’alveo di quelle disposizioni codicistiche necessarie a consentire la partecipazione nella fase di verifica di tutti i soggetti coinvolti nel fallimento.

Peraltro, i principi enunciati dalla Corte trovano ulteriore conferma nel fatto che l’attuale art. 98 L Fall., ha esteso al solo curatore la possibilità, in passato riservata ai creditori, di impugnare per revocazione lo stato passivo, sottolineando l’intento del legislatore di escludere il fallito tra i soggetti legittimati all’impugnazione.

Appare, dunque, chiaro che l’attribuzione al curatore e la correlativa privazione a carico del fallito della legittimatio ad causam nei procedimenti di verifica, per quel che concerne le situazioni giuridiche soggettive e sostanziali che vi si fanno valere, realizza una sorta di necessaria “sostituzione processuale” del curatore al fallito.

Luigia Cassotta – l.cassotta@lascalaw.com

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