Ipoteca: tutto è immobile finché l’immobile rimane…immobile

Azione di responsabilità e mutatio libelli

Il Tribunale di Bologna è intervenuto in tema di azione di responsabilità degli amministratori di s.r.l. confermando il principio, già affermato nella giurisprudenza anche recentissima, della inammissibilità della mutatio libelli nel corso del processo.

Più specificamente, tre soci di minoranza di una società a responsabilità limitata convenivano in giudizio (oltre alla società stessa litisconsorte necessario) gli amministratori, al fine di vedere condannati questi ultimi al risarcimento danni patiti in ragione di svariati atti di mala gestio ed, in particolare, (i) per aver agito in conflitto di interessi, (ii) per aver distratto fondi alla società nell’interesse di una newco costituita ad hoc e (iii) per aver impedito ai soci di minoranza il controllo dei libri contabili e della gestione societaria.

I convenuti si costituivano ed eccepivano la carenza di legittimazione attiva e di interesse ad agire degli attori per la totale estraneità delle condotte contestate rispetto alla fattispecie dell’azione individuale del socio ex art. 2476, co. 6, c.c. Gli attori a questo punto, alla prima udienza di trattazione e in sede di memoria ex art. 183, co. 6 n. 1 c.c., precisavano di aver voluto svolgere proprio l’azione “sociale” di responsabilità e dunque di avere agito nell’interesse della società, ai sensi dell’art. 2476, co. 1, 2 e 3 c.c.; così facendo, tuttavia, essi modificavano evidentemente la loro domanda originaria, non avendo gli stessi oltremodo chiarito, nell’atto di citazione la natura “sociale” della loro azione.

Il Giudice, intervenendo sul punto, ha sancito l’inammissibilità nel caso di specie della modifica del petitum in corso di causa anche tenuto conto del fatto che:

(i) sussiste una fondamentale diversità ontologica tra le due azioni, le quali si differenziano per l’interesse perseguito e per lo stesso beneficiario dell’azione volta ad ottenere il risarcimento danni;

(ii) la domanda originaria, così come formulata dagli attori, non era affatto sottesa a promuovere l’azione “sociale” di responsabilità;

(iii) l’ammissione del mutamento della domanda contrasterebbe con il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, tutelato a livello costituzionale.

Quanto in particolare al rapporto tra le due azioni in questione, occorre innanzitutto sottolineare che l’art. 2476, c.c. – ovvero una delle norme centrali della riforma societaria in materia di s.r.l. – contiene una serie di disposizioni particolarmente importanti che tendono a regolare diversi aspetti della disciplina sulla responsabilità degli amministratori, tanto che, secondo alcuni autorevoli autori, sarebbe stato addirittura opportuno regolamentarli in articoli separati (si veda: Cian, Trabucchi, Comm. Breve al diritto delle società, 2015, p. 1380).

Ne consegue che le diverse azioni disciplinate nel medesimo articolo (ma in commi differenti), se pur entrambe orientate ad una pronuncia di addebito di responsabilità degli amministratori e al conseguente risarcimento dei danni provocati dalle illecite azioni degli stessi, possono ben diversificarsi nella ratio e, quindi, nei presupposti e nelle conseguenze.

In particolare, l’azione sociale di responsabilità di cui al comma 3, prevede la legittimazione di ciascun socio (indipendentemente dalla partecipazione dallo stesso detenuta nella società) a promuovere, per conto e nell’interesse della società, l’azione di responsabilità contro gli amministratori per danni derivati alla società stessa in ragione dell’inosservanza dei doveri imposti agli amministratori stessi dalla legge e dall’atto costitutivo.

Al contrario, la norma al comma 6, riconosce al socio di s.r.l. la legittimazione a promuovere l’azione di responsabilità per il risarcimento dei danni a lui direttamente derivanti da atti dolosi o colposi degli amministratori.

Ciò considerato, risulta evidente che la modifica del petitum nel corso del processo costituisce senz’altro una mutatio libelli che non può essere ritenuta ammissibile senza che il giudice incorra nella violazione del fondamentale principio ne eat iudex ultra petita partium di cui all’art. 112 c.p.c.

Trib. Bologna, Sez. Impresem, 4 agosto 2016, n. 2002 (leggi la sentenza)

Orsolina Fortinio.fortini@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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