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Principi generali in tema di patto commissorio

Con la recentissima sentenza n. 18680/2019, la Corte di Cassazione ha ripercorso alcuni punti salienti circa l’applicabilità del divieto di patto commissorio, individuando l’effettiva portata della disposizione di cui all’art. 2744 del codice civile.

L’art. 2744 c.c. sanziona con la nullità l’accordo con il quale si conviene che, in mancanza del pagamento di un credito nel termine fissato, la proprietà della cosa ipotecata o data in pegno passi al creditore.

Tale pattuizione prende il nome di patto commissorio e costituisce il precipitato storico del tradizionale sfavore riconosciuto alla cosiddetta vendita di garanzia, nella quale il trasferimento del diritto di proprietà di un bene avviene non in forza della causa di scambio, tipica della compravendita, bensì per la differente causa di garanzia dell’obbligazione contratta dal debitore.

La ratio del divieto è individuabile, in primo luogo, nell’esigenza di tutelare il debitore da eventuali sopraffazioni da parte del creditore, il quale potrebbe pretendere la concessione in garanzia commissoria di un bene di valore nettamente superiore al credito garantito.

In secondo luogo, la funzione di garanzia insita nel patto commissorio è ritenuta inidonea a giustificare il trasferimento di proprietà di un bene, sulla base del principio per il quale un diritto reale potrebbe essere costituito o trasferito soltanto per mezzo di un negozio tipico.

In terzo luogo, il bene gravato da patto commissorio verrebbe sottratto alla par condicio creditorum, dato che, al verificarsi dell’effetto traslativo della proprietà, diminuirebbe la consistenza del patrimonio aggredibile dai creditori estranei al patto stesso.

In quarto e ultimo luogo, ammettere la liceità del patto commissorio significherebbe attribuire ai privati strumenti di autotutela esecutiva in caso di inadempimento, sottratti al controllo e alle garanzie delle procedure giudiziali.

Considerata quindi l’ampiezza e la varietà delle ragioni che portano ad escludere la liceità del patto commissorio, dottrina e giurisprudenza sono concordi nell’attribuire all’art. 2744 c.c. una portata maggiore rispetto al tenore letterale della norma in esame.

Il patto commissorio può infatti accedere ad una garanzia tipica, come nel caso in cui si stabilisca il trasferimento al creditore della cosa ipotecata o data in pegno a garanzia dell’obbligazione assunta dal debitore, ma può avere anche natura c.d. autonoma, prescindendo dall’esistenza di qualsivoglia garanzia reale.

Inoltre, mentre l’art. 2744 c.c. disciplina l’ipotesi di patto commissorio accessorio ad effetto traslativo differito, in cui il trasferimento del bene ipotecato o dato in pegno è sospensivamente condizionato al verificarsi dell’inadempimento del debitore, è pacificamente ammesso che il divieto di cui all’art. 2744 c.c. si applichi anche ai casi di patto commissorio autonomo ad effetti obbligatori e di trasferimento del bene risolutivamente condizionato all’evento inadempimento del debitore: nella prima ipotesi, il debitore inadempiente si impegna a trasferire la proprietà di un determinato bene al creditore, in assenza di automatismi traslativi; nella seconda ipotesi, il trasferimento della proprietà del bene avviene immediatamente, ma il suo consolidamento è subordinato al verificarsi dell’inadempimento del debitore.

Inoltre, il divieto di patto commissorio si estende a qualsiasi negozio che venga impiegato per conseguire il risultato concreto vietato dalla legge, ancorché lecito, che venga impiegato per conseguire il risultato concreto dell’illecita coercizione del debitore ad accettare preventivamente il trasferimento di proprietà di un suo bene come conseguenza della mancata estinzione del debito.

Di conseguenza, non sfuggono alle maglie del divieto di patto commissorio nemmeno quei contratti che, nonostante siano di per sé leciti, in collegamento tra loro conducono all’elusione della disciplina codicistica. In tal caso, sarà compito dell’interprete verificare la necessaria presenza di un chiaro nesso di strumentalità tra i negozi posti in essere tra le parti, dal quale emerga con chiarezza la loro interdipendenza.

Sulla base di tali principi, la giurisprudenza di legittimità è granitica nel sanzionare con la nullità i programmi negoziali che più frequentemente celano l’esistenza di una vendita di garanzia: la stipula di contratti preliminari di compravendita subordinati alla restituzione di una somma data precedentemente a mutuo; il rilascio di procure di vendita irrevocabili al creditore, il quale potrà vendere a sé stesso il bene dato in garanzia commissoria in caso di inadempimento del debitore; la stipula di contratti di compravendita con patto di retrovendita, con il quale il venditore si riserva il diritto di riacquistare la cosa venduta (in questo caso, il pagamento del prezzo funge da erogazione di un prestito e la proprietà del compratore garantisce dall’inadempimento).

Pertanto, come ricordato dalla Corte di Cassazione con la recentissima sentenza n. 18680/2019, al fine di distinguere correttamente gli schemi negoziali celanti la vendita di garanzia da ulteriori programmi contrattuali leciti, è necessario che i negozi posti in essere dalle parti siano legati da un nesso teleologico e dal comune intento di perseguire, oltre all’effetto tipico di ognuno di essi, anche un ulteriore risultato concreto derivante dal collegamento, di modo che i negozi si pongono in rapporto di reciproca dipendenza e le vicende dell’uno si ripercuotono sull’altro, in vista del conseguimento dell’obiettivo finale di trasferire la proprietà di un bene del debitore a seguito dell’inadempimento di quest’ultimo.

Per un ulteriore approfondimento, il tema è stato trattato anche nell’articolo “Retrovendita e configurabilità del patto commissorioe nell’articolo “Quando la vendita con patto di riscatto è contro la legge“.

Cass., Sez. II Civ., 11 luglio 2019, n. 18680

Valentina Zamberlan – v.zamberlan@lascalaw.com

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