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Prestiti al convivente: vanno rimborsati al termine della convivenza?

La Corte di Cassazione, sulla scia di un orientamento giurisprudenziale oramai consolidato, ha escluso la ripetibilità delle somme prestate tra conviventi solo se proporzionate all’entità del patrimonio e alle condizioni sociali del soggetto disponente.

Con la recente sentenza 2392/2020, la Corte di Cassazione è tornata a deliberare sull’annosa questione della ripetibilità delle somme elargite tra soggetti legati da un rapporto affettivo di convivenza.

Preliminarmente, è opportuno sottolineare come le unioni di fatto, quali formazioni sociali che presentano significative analogie con la famiglia formatasi nell’ambito di un legame matrimoniale (come tali rilevanti ai sensi dell’art. 2 Cost.), siano allo stesso modo caratterizzate dall’esistenza doveri di natura morale e sociale di ciascun convivente nei confronti dell’altro, che si esprimono anche nei rapporti di natura patrimoniale.

Con specifico riferimento a quest’ultima tipologia di rapporti giuridici, rileva la disciplina di cui all’art. 2034 c.c., che sancisce l’irripetibilità di quanto spontaneamente prestato in attuazione di doveri morali e sociali (c.d. obbligazioni naturali), come quelle nascenti dall’instaurazione di un rapporto di convivenza more uxorio: trattandosi di una forma di espressione della solidarietà tra due persone unite da un legame stabile e duraturo, sono infatti equiparabili alle attribuzioni compiute tra coniugi nell’ambito della vita familiare.

La giurisprudenza prevalente, nel tentativo di arginare la portata dell’art. 2034 c.c. – il quale, se applicato acriticamente, causerebbe una irripetibilità assoluta di quanto prestato da un convivente in favore dell’altro, indipendentemente dalla causa sottostante – ha espressamente qualificato come adempimento di un’obbligazione naturale le attribuzioni patrimoniali a favore del convivente more uxorio effettuate nel corso del rapporto, purché rispettose dei c.d. principi di proporzionalità e adeguatezza.

Pertanto, un’attribuzione patrimoniale a favore del convivente configura adempimento di un’obbligazione naturale a condizione che la prestazione risulti adeguata alle circostanze e proporzionata all’entità del patrimonio e alle condizioni sociali del soggetto disponente, mentre – se l’importo delle operazioni effettuate esorbita dalle ordinarie esigenze familiari – lo spostamento patrimoniale non potrà essere ricondotto all’adempimento di un dovere morale e sociale, così da rientrare nella previsione di irripetibilità di cui all’art. 2034 c.c

È, pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente more uxorio nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza, travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza insiti nella specifica relazione.

Cass., Sez. III, 3 febbraio 2020, n. 2392/2020

Valentina Zamberlan – v.zamberlan@lascalaw.com

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