L’interesse è concreto. Se non ripeti, che interesse c’è?

Il prestanome non ha scuse: risponde per gli illeciti compiuti dall’amministratore di fatto

L’accettazione della carica di amministratore comporta necessariamente l’obbligo, in capo al medesimo, di vigilare sul soggetto che di fatto gestisce la società. Questo è quanto stabilito dal Tribunale di Modena con una recente sentenza.

Nel caso affrontato dal Tribunale modenese, l’amministratore unico di una cooperativa si opponeva ad un’ordinanza di ingiunzione emessa dall’ispettorato del lavoro a carico della cooperativa e del suo legale rappresentante in forza di una sanzione amministrativa adottata a fronte di plurime violazioni riguardanti la posizione dei lavoratori occupati nella cooperativa.

L’amministratore si difendeva eccependo la propria carenza di legittimazione passiva, in ragione del fatto che egli aveva assunto solo formalmente la carica, rimanendo estraneo “sostanziale” alle vicende della cooperativa, dal momento che ogni potere decisionale e gestorio era invece da ricondursi ad altro soggetto amministratore di fatto.

L’ispettorato si costituiva in giudizio chiedendo il rigetto dell’opposizione ed evidenziando che l’ingerenza di un amministratore di fatto nella gestione della cooperativa non escludeva di certo la responsabilità dell’amministratore regolarmente nominato.

Il Tribunale dunque, dopo aver accertato che l’amministrazione della cooperativa era di fatto esercitata da un soggetto terzo amministratore di fatto, ha evidenziato, aderendo alla prospettazione dell’ispettorato convenuto, che tale circostanza non fosse sufficiente ad escludere la responsabilità dell’amministratore formale per gli illeciti amministrativi contestati.

In particolare, il Tribunale per motivare la predetta decisione richiamava un precedente della Corte di Cassazione penale secondo il quale “L’amministratore di una società risponde del reato omissivo contestatogli quale diretto destinatario degli obblighi di legge, anche se questi sia mero prestanome di altri soggetti che abbiano agito quali amministratori di fatto, atteso che la semplice accettazione della carica attribuisce allo stesso doveri di vigilanza e controllo, il cui mancato rispetto comporta responsabilità penale o a titolo di dolo generico, per la consapevolezza che dalla condotta omissiva possano scaturire gli eventi tipici del reato, o a titolo di dolo eventuale per la semplice accettazione del rischio che questi si verifichino” (Cass. Pen., n. 22919/2006).

Il Giudice modenese, dunque, ritenendo applicabile detto principio anche alla responsabilità civile e da illecito amministrativo, sottolineava che “ancorché la qualifica di amministratore formale non comporti un automatico giudizio di colpevolezza per violazioni compiute da altri, è comunque pacifico che, a fronte di una investitura formale, sono ricollegabili oneri, obblighi ed attività di gestione che gravavo sull’amministratore”.

Pertanto, considerato che l’accettazione della carica di amministratore comporta necessariamente l’obbligo quantomeno di vigilare sul soggetto che di fatto gestisce la cooperativa e, ci si permetta di aggiungerlo, ai sensi dell’art. 2392, 2° comma, c.c., di attivarsi per impedire il compimento di atti pregiudizievoli o eliminarne o attenuarne le conseguenze dannose, è evidente che l’amministratore, per andare esente da responsabilità, anche se mero prestanome, non si può limitare ad eccepire la sua “estraneità sostanziale” rispetto alla gestione della società.

Il Tribunale, dunque, accertato che l’amministratore non aveva dato prova di aver svolto con diligenza la propria attività di controllo e vigilanza rispetto a chi gestiva di fatto la cooperativa, ha rigettato l’opposizione promossa dall’amministratore prestanome ritenendolo pienamente responsabile degli illeciti accertati dall’ispettorato del lavoro e tenuto a pagare la conseguente sanzione amministrativa.

Trib. Modena, 10 settembre 2020, n. 949

Fabio Dalmasso – f.dalmasso@lascalaw.com

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