Indeterminatezza del tasso, il contratto è comunque salvo

Prescrizione su saldo rettificato? Il tribunale di Torino dice no

L’invito alla lettura cade in questo numero sulla sentenza del Tribunale di Torino del 31.12.2020, tanto per la centralità dei temi trattati quanto per l’autorevolezza del suo estensore.

Ci si riferisce, in particolare, al tema del “saldo ricalcolato”.

Sappiamo che al riguardo, la Corte di Cassazione, con sentenza del 19.5.2020 n. 9141, ha espresso il principio che “per verificare se un versamento effettuato dal correntista nell’ambito di un rapporto di apertura di credito in conto corrente abbia avuto natura solutoria o solo ripristinatoria, occorre, all’esito della declaratoria di nullità da parte dei giudici di merito delle clausole anatocistiche, previamente eliminare tutti gli addebiti indebitamente effettuati dall’istituto di credito e conseguentemente determinare il reale passivo del correntista e ciò anche al fine di verificare se quest’ultimo ecceda o meno i limiti del concesso affidamento.  L’eventuale prescrizione del diritto alla ripetizione di quanto indebitamente pagato non influisce sulla individuazione delle rimesse solutorie, ma solo sulla possibilità di ottenere la restituzione di quei pagamenti coperti da prescrizione” (in motivazione).

Ad opinione del Giudice, la questione centrale, sfiorata, ma non esaminata da questa pronuncia, è però il nesso tra il saldo, la qualificazione del versamento in conto e la decorrenza della prescrizione.

Occorre dunque operare un piccolo passo indietro alla nota Cass. sez. un. 24418/2010, per cui hanno natura di “pagamento” i versamenti che “abbiano avuto lo scopo e l’effetto di uno spostamento patrimoniale in favore della banca”. E la circostanza che il pagamento sia avvenuto in virtù di un titolo nullo, non è in grado di posticipare il dies a quo dal momento del pagamento a quello dell’accertamento giudiziale della nullità, poiché la pronuncia ha carattere meramente dichiarativo (in tal senso l’ormai stabile orientamento di legittimità tra cui vedi Cass. 13.4.2005 n. 7651; Cass. 15.7.2011 n. 15669) e non toglie che lo spostamento patrimoniale, dal solvens all’accipiens, abbia avuto luogo con l’esecuzione della prestazione indebita.

Prima di tornare sul concetto, il Tribunale di Torino ci ricorda che, per quanto evidente, non sussiste alcuno spostamento patrimoniale a favore della banca nel caso di versamento su conto affidato con saldo contenuto nei limiti del fido generando lo stesso una mera riespansione della disponibilità della linea di credito. Diversamente, se il conto è scoperto, il versamento riduce l’esposizione debitoria del cliente, fino al limite del suo azzeramento (se in assenza di fido) o al limite superiore del fido (se in sconfino), senza che il cliente abbia facoltà di nuovamente utilizzare le somme versate, né che la banca sia tenuta a consentire un nuovo utilizzo delle stesse.

Sulla base di tali premesse, qui sintetizzate, il Giudice espone due considerazioni a favore dell’utilizzo del saldo banca, anziché di quello depurato, al fine di decidere la qualificazione del versamento, se pagamento o deposito.

Intanto, un dato formale, sia normativo che processuale, poiché, da un lato, è la banca ex art. 119 TUB ad essere legittimata a confezionare ed elaborare i conti ed i relativi estratti e, dall’altro,  è vero che il cliente può evidentemente impugnare le risultanze dell’estratto anche oltre i limiti temporali fissati dall’art. 1832 c.c. per il caso di illegittimità della annotazione in conto (in ipotesi frutto di un titolo nullo), ma è anche vero che finché l’errore non è riconosciuto dalla banca o non è intervenuto un accertamento giudiziale negativo, il saldo elaborato dalla banca è l’unico valido, efficace ed opponibile al cliente.

Inoltre, una seconda obiezione, questa volta di contenuto e che attiene al legame tra “disponibilità” e “spostamento patrimoniale”. La possibilità di impugnare la nullità del contratto o di sue singole clausole, più ampiamente l’illegittimità degli addebiti, e di portare alla luce un saldo rettificato a credito o entro i limiti del fido, non restituisce al versamento su conto “scoperto” lo “scopo ed effetto di ripristinare la disponibilità”, anziché di ridurre puramente e semplicemente l’esposizione debitoria, poiché la nullità del titolo non toglie che il denaro sia uscito dalla sfera di controllo del cliente.

In altri termini, la principale critica a Cass. 9141/2020 è che non è possibile rimettere il giudizio sulla qualificazione della rimessa, se pagamento o ripristino di disponibilità, “all’esito della declaratoria di nullità”, poiché “la disponibilità” idonea a impedire lo spostamento patrimoniale consiste nella concreta conservazione del potere di disporre di una somma di denaro e non può che essere verificata sulla base della situazione dichiarata esistente al tempo in cui il versamento è eseguito. Che a distanza di oltre dieci anni si scopra che il c/c era attivo o entro i limiti del fido non toglie che il cliente, nell’intervallo, abbia perduto la disponibilità della somma versata e che l’abbia perduta al tempo stesso del versamento.

Ad opinione del Tribunale di Torino, pertanto, il giudizio sulla qualificazione del versamento secondo i criteri di Cass. sez. un. 24418/2010, deve farsi secondo la situazione esistente alla data in cui è eseguito e non in funzione di scenari ipotetici.

Giorgio Zurru – g.zurru@lascalaw.com

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