Indeterminatezza del tasso, il contratto è comunque salvo

Prescrizione e onere della prova: sotto a chi tocca!

Con una recente ordinanza la Corte di Cassazione torna ad occuparsi di due importanti, quanto dibattute, questioni: l’onere di produzione degli estratti conto e onere di allegazione e prova della natura solutoria delle rimesse in conto corrente ai fini della decisione sulla decorrenza della prescrizione.

Nella specie, la Corte ha cassato con rinvio la sentenza della Corte di Appello, la quale aveva, non solo riversato sulla banca l’onere di provare la natura solutoria delle rimesse in conto corrente, ai fini della decisione sulla decorrenza della prescrizione decennale, ma si era, altresì, limitata ad affermare che la mancanza di estratti conto non inficiava la ricostruzione effettuata dal CTU, senza chiarire perché la stessa, benché contestata specificamente dalla banca, potesse ritenersi attendibile nella determinazione dei saldi a credito dei correntisti.

Quanto alla prima questione, viene ribadito, richiamando pregressi orientamenti, che: “ove sia il correntista ad agire giudizialmente per l’accertamento giudiziale del saldo e la ripetizione delle somme indebitamente riscosse dall’istituto di credito, essendo attore in giudizio, egli dovrà farsi carico della produzione dell’intera serie degli estratti conto; con tale produzione, difatti, il correntista assolve all’onere di provare sia gli avvenuti pagamenti che la mancanza di causa debendi. (cfr. Ex multis Cass. 7 maggio 2015, n. 9201; Cass. 13 ottobre 2016, n. 20693; Cass. 23 ottobre 2017, n. 24948).

La Suprema Corte, si sofferma, altresì, sul valore probatorio dell’estratto conto e chiarisce come, in caso di mancata o incompleta allegazione, esso non sia l’unico mezzo di prova attraverso cui ricostruire le movimentazioni del rapporto così affermando: “esso consente, di avere un appropriato riscontro dell’identità e consistenza delle singole operazioni poste in atto: ma, in assenza di alcun indice normativo che autorizzi una diversa conclusione, non può escludersi che l’andamento del conto possa accertarsi avvalendosi di altri strumenti rappresentativi delle intercorse movimentazioni” ed ancora, richiamando un precedente orientamento: “non trattandosi tuttavia “di prova legale esclusiva, all’individuazione del saldo finale possono concorrere anche altre prove documentali, nonchè gli argomenti di prova desunti dalla condotta processuale tenuta del medesimo correntista” (Cass. n. 9526/2019).

Con riferimento all’onere di allegazione e prova della natura solutoria delle rimesse in conto corrente ai fini della decisione sulla decorrenza della prescrizione, l’ordinanza in commento esclude la necessità della indicazione, da parte della banca convenuta, delle specifiche rimesse solutorie ritenute prescritte e richiama in particolare la pronuncia delle Sezioni Unite n. 15895 del 2019, ed afferma che la prescrizione matura sempre dalla data del pagamento, qualora il conto risulti in passivo e non sia stata concessa un’apertura di credito, oppure qualora le rimesse siano destinate a ridurre un saldo negativo eccedente i limiti dell’accreditamento.

Da ciò, ne discende che, “eccepita dalla banca la prescrizione del diritto alla ripetizione dell’indebito per decorso del termine decennale dal pagamento, è onere del cliente provare l’esistenza di un contratto di apertura di credito, che qualifichi quel versamento come mero ripristino della disponibilità accordata”.

Alla luce di quanto esposto, la Suprema Corte afferma che: “la sentenza della Corte di merito non risulta conforme, avendo la Corte territoriale errato sia nell’addebitare all’istituto di credito l’onere di individuare le rimesse aventi natura solutoria, sia nell’affermare in maniera tautologica che gli atti effettuati dal correntista avessero natura, di regola, ripristinatoria e non solutoria” e, pertanto, cassa la sentenza impugnata con rinvio.

Cass., Sez. VI, Ord., 4 febbraio 2020, n. 2435

Nuria Federica Nicolò – n.nicolo@lascalaw.com

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