Sfatato il mito della manipolazione dell’Euribor

Prescrizione, la parola alle Sezioni Unite

La redazione del presente articolo, inizialmente a commento dell’interessante ordinanza della Suprema Corte del 10 luglio 2018 n. 18144, è stata interrotta dalla notizia di una recentissima ulteriore ordinanza – n. 27680 del 30 ottobre 2018 – con cui la stessa Corte ha rimesso la questione alle Sezioni Unite, al fine di sanare il contrasto sorto sulle modalità di formulazione dell’eccezione in parola.

La decisione ha imposto, naturalmente, un nuovo taglio del pezzo che desse conto tanto dell’approdo da ultimo raggiunto dalla S.C., quanto della contrapposizione generatasi rispetto ad arresti più risalenti, circa l’apprezzamento dell’eccezione di prescrizione e la distribuzione dei carichi probatori tra le parti.

Prima di esaminare il suddetto contrasto ed anzi, per meglio coglierne la dimensione, pare, intanto, opportuno riprendere il contenuto dell’ordinanza del 10 luglio 2018, n. 18144 resa a consolidamento di un orientamento di legittimità ormai ben definito.

Iusletter in questi mesi era tornata a più riprese sul tema, da ultimo con l’articolo del 13 aprile 2018 nel quale i nostri 25 lettori di manzoniana memoria già potevano scorgere il filo conduttore che passava da pronunce più risalenti ed arresti più vicini e noti – l’ordinanza n. 4372 del 22 febbraio 2018 e la sentenza n. 5571 del 8/03/2018 – latori del principio secondo il quale non compete alla banca la prova specifica delle rimesse solutorie poiché “l’eccezione di prescrizione è validamente proposta quando la parte ne abbia allegato il fatto costitutivo”.

L’ordinanza di luglio si accoda al trend indicato, raffinando ulteriormente il criterio di ripartizione dell’onere probatorio in merito e spostando il baricentro, non tanto su ciascuna delle parti, quanto sulla figura del giudice.

Sono, infatti, gli elementi contabili prodotti agli atti a rivelare direttamente o indirettamente la natura del rapporto; la qualità di conto affidato, dunque, ben potrà (e dovrà) essere ricavata dall’analisi degli estratti conto che restano nel libero apprezzamento del giudice.

Segnatamente, “a fronte della comprovata esistenza di un contratto di conto corrente assistito da apertura di credito, la natura ripristinatoria o solutoria dei singoli versamenti emerge dagli estratti-conto che il correntista, attore nell’azione di ripetizione, ha l’onere di produrre in giudizio. La prova degli elementi utili ai fini dell’applicazione dell’eccepita prescrizione è dunque nella disponibilità del giudice che deve decidere la questione. Pertanto, in un quadro processuale definito dagli estratti-conto non compete alla banca convenuta fornire specifica indicazione delle rimesse solutorie cui è applicabile la prescrizione; una volta che la parte convenuta abbia formulato l’eccezione di prescrizione, compete al giudice verificare quali rimesse, per essere ripristinatorie siano irrilevanti ai fini della decorrenza della prescrizione nel corso del rapporto, non potendosi considerare quali pagamenti”.

D’altronde, come detto, “secondo l’orientamento di questa Corte, l’eccezione di prescrizione è validamente proposta quando la parte ne abbia allegato il fatto costitutivo, ossia l’inerzia del titolare, e manifestato la volontà di avvalersene, senza che rilevi l’erronea individuazione del termine applicabile, ovvero del momento iniziale o finale di esso, trattandosi di questione di diritto sulla quale il giudice non è vincolato dalle allegazioni di parte” (Cass., n. 15790/16; n. 1064/14).

Ne discende che parte convenuta viene sgravata dall’incombente della esatta individuazione non solo delle singole rimesse aventi funzione di pagamenti, ma altresì del dies quo del termine prescrizionale la cui indicazione potrebbe anche essere errata senza inficiare l’eccezione in sé.

Infatti, “non ha pregio la doglianza relativa alla mancata indicazione del dies a quo della prescrizione relativo al credito da ripetizione del correntista. Inoltre, ai fini della valida proposizione della domanda di ripetizione dell’indebito non si richiede che il correntista specifichi le singole rimesse eseguite che, in quanto solutorie, si siano tradotte in pagamenti indebiti a norma dell’art. 2033 c.c.”.

Significativa è la chiusa del ragionamento, culminante in un equo bilanciamento dei pesi, espresso dal seguente passaggio: “pertanto, non sussiste alcuna ragione per cui la banca che eccepisce la prescrizione debba essere gravata dall’onere d’indicare i detti versamenti solutori, se si tiene conto del fatto che nemmeno l’attore in ripetizione e tenuto a precisare i pagamenti indebiti oggetto della pretesa azionata. Ne consegue che il carattere solutorio o ripristinatorio delle singole rimesse non incide sul contenuto dell’eccezione che rimane lo stesso, indipendentemente dalla natura, solutoria o ripristinatoria, dei singoli versamenti, sicché va escluso che la banca abbia l’onere di allegare specificamente le rimesse solutorie” (Cass., n. 2026/2018; n. 4372/2018; n. 28819/17).

* *

Parallelamente all’orientamento descritto, come detto, se ne rinviene un secondo, basato su pronunce leggermente più risalenti che considerano inammissibile l’eccezione di prescrizione genericamente formulata dalla banca con riferimento a tutte le rimesse affluite sul conto, senza indicazione di quelle aventi natura solutoria.

Si richiamano, tra le altre, Cass., sez. I, del 26 febbraio 2014, n. 4518 Cass., sez. VI-I, del 7 settembre 2017, n. 20933 e Cass., sez. I, del 24 maggio 2018, n. 12977, sostanzialmente ricalcanti il principio per cui “la natura ripristinatoria delle rimesse è presunta: spetta dunque alla banca che eccepisce la prescrizione di allegare e di provare quali sono le rimesse che hanno invece avuto natura solutoria; con la conseguenza che, a fronte della formulazione generica dell’eccezione, indistintamente riferita a tutti i versamenti intervenuti sul conto in data anteriore al decennio decorrente a ritroso dalla data di proposizione della domanda, il giudice non può supplire all’omesso assolvimento di tali oneri, individuando d’ufficio i versamenti solutori”.

Se la prima impostazione ha il merito di meglio allinearsi all’impianto tradizionale accolto dalla giurisprudenza di legittimità in tema di prescrizione in generale, la seconda appare forse più onestamente rispettosa dell’art. 2697, 2° comma, c.c.

In ogni caso la portata del citato contrasto ha indotto il Collegio a rimettere gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite. Ora non resta che attendere…

Cass., Sez. I Civ. 30 ottobre 2018, n. 27680 (leggi la sentenza)

Cass., Sez. I Civ., 10 luglio 2018, n. 18144 (leggi la sentenza)

Giorgio Zurru – g.zurru@lascalaw.com

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