La rivincita del promissario acquirente

Prescrizione dell’azione di annullamento del contratto per dolo: individuazione del termine iniziale

La Corte di Cassazione, con sentenza depositata il 27 settembre 2016, ha affrontato il tema del momento iniziale della prescrizione nell’ipotesi di annullamento del contratto per dolo, analizzando in particolare l’ipotesi in cui il comportamento concretante il dolo sia stato oggetto di procedimento penale.

La controversia in oggetto aveva come parti il Comune di Messina, da un lato, e dall’altro un dipendente comunale ed il legale rappresentante di una società, i quali avevano indotto il Comune – con mezzi fraudolenti – a stipulare un contratto di appalto ad un corrispettivo notevolmente superiore rispetto al reale valore delle opere appaltate.

A seguito della condanna del dipendente comunale e del legale rappresentante della società per il reato di truffa aggravata, il Comune, che pure aveva tentato senza successo di costituirsi parte civile nel procedimento penale, agiva in giudizio in sede civile per ottenere la declaratoria di nullità del contratto nonché il risarcimento dei danni subiti.

Il ricorso per Cassazione era promosso dall’Ente avverso la sentenza del Giudice d’Appello, in cui si affermava che nella fattispecie in oggetto era ravvisabile non già una nullità del contratto, ma una annullabilità per dolo, con termine di prescrizione di cinque anni. Tale termine prescrizionale, nel caso di specie, si riteneva ampiamente decorso, ed era dunque accolta l’eccezione di prescrizione sollevata dai convenuti.

Con riguardo alla questione del decorso del termine di prescrizione, la Suprema Corte ha precisato che, ai sensi dell’art. 1442 c.c., l’azione di annullamento del contratto si prescrive in cinque anni decorrenti dal giorno in cui è stato scoperto il dolo, l’accertamento del quale è rimesso al giudice di merito.

Anche nell’ipotesi in cui il vizio del consenso dipenda da un fatto qualificato come reato, non può trovare applicazione la regola di cui all’art. 2947 c.c. comma 3 per cui se il fatto è considerato dalla legge come reato e per il reato è stabilita una prescrizione più lunga, questa si applica anche all’azione civile. Tale disposizione, infatti, è applicabile esclusivamente alle azioni di danno.

Nel caso di specie, la Corte ha richiamato il principio già affermato dai giudici togati per cui “il dolo costitutivo del delitto di truffa non è ontologicamente (…) diverso da quello che vizia il consenso negoziale, entrambi risolvendosi in artifizi o raggiri adoperati dall’agente e diretti ad indurre in errore l’altra parte e così a viziarne il consenso”.

Pertanto, non solo la conoscenza della sentenza definitiva, ma anche il mero tentativo di costituirsi parte civile nel procedimento penale è chiaro indice dell’avvenuta conoscenza del raggiro da parte del soggetto danneggiato ai fini della determinazione del termine iniziale di prescrizione dell’azione di annullamento.

Alla luce di ciò, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso ed ha ritenuto corretto l’accoglimento dell’eccezione di prescrizione da parte dei giudici d’appello.

Cass., Sez. I Civile, 27 settembre 2016 n. 18930 (leggi la sentenza)

Gennaro Paoneg.paone@lascalaw.com

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