Prelievi in conto corrente: non basta essere cointestatari

Prelievi in conto corrente: non basta essere cointestatari

La Corte di Cassazione, con ordinanza del 3 settembre scorso, ha stabilito che il cointestatario di un conto corrente non possa effettuare prelievi o altre disposizioni di pagamento in assenza di un contratto che lo autorizzi a tanto.

Secondo i Giudici della Suprema Corte, il contestatario del rapporto non è comproprietario delle somme giacenti sul conto e, pertanto, non può appropriarsi delle somme giacenti sul rapporto, non essendone comproprietario. In effetti, a parere dei Giudici, occorre operare una distinzione tra la facoltà di effettuare operazioni quali procuratori del titolare e la facoltà di disporre delle somme. Tale ultima facoltà può discendere unicamente da un contratto di cessione di crediti e non può essere l’effetto della mera cointestazione del rapporto.

Riepilogando: il cointestatario può effettuare delle operazioni sul conto corrente alla stregua di un procuratore, ma non può disporre delle somme giacenti sul rapporto, non essendone comproprietario.

Nello specifico la decisione della Suprema Corte trae origine dal ricorso promosso dagli eredi di una correntista il cui conto era cointestato con altri due soggetti. I ricorrenti hanno stigmatizzato la condotta degli altri intestatari che, con diverse operazioni effettuate nel corso degli anni, avevano azzerato il saldo attivo e distratto i valori mobiliari di un dossier titoli accessorio al rapporto. A parere dei ricorrenti, l’iniziativa dei cointestatari del de cuius era da ritenersi del tutto arbitraria, atteso che la mera cointestazione li autorizzava ad effettuare delle operazioni in conto corrente ma non implicava titolarità del credito derivante, nel caso di specie, dal saldo attivo del conto e dal controvalore dei titoli. Pertanto, il credito non sarebbe dovuto rientrare nella disponibilità dei cointestatari in assenza di un apposito contratto di cessione.

Tale tesi è stata condivisa dai Giudici della Suprema Corte, secondo cui: “la cointestazione di un conto corrente, salvo prova di diversa volontà delle parti (ad es. dell’esistenza di un contratto di cui la cointestazione fosse atto esecutivo ovvero del fatto che la cointestazione costituisca una proposta contrattuale, accettata per comportamento concludente), è di per sé atto unilaterale idoneo a trasferire la legittimazione ad operare sul contro (e, quindi, rappresenta una forma di procura), ma non anche la titolarità del credito, in quanto il trasferimento della proprietà del contenuto di un conto corrente (ovvero dell’intestazione del deposito titoli che la banca detiene per conto del cliente) è una forma di cessione del credito (che il correntista ha verso la banca) e, quindi, presuppone un contratto tra cedente e cessionario”.

Cass., Sez. III Civ., 03 settembre 2019, n. 21963

Francesca Fiorito – f.fiorito@lascalaw.com

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