Prededuzione e crediti del professionista: il revirement della Cassazione

Con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto da un professionista avverso il decreto con cui il Tribunale di Arezzo aveva respinto l’opposizione ex art. 98 L.F. proposta dal medesimo per ottenere l’ammissione in prededuzione (e non al privilegio ex art. 2751 bis c.c., n. 2) del proprio credito professionale, vantato per avere predisposto e redatto la domanda per l’ammissione della società poi fallita alla procedura di concordato preventivo.

Il professionista, con due motivi di ricorso, denunciava in particolare la violazione e falsa applicazione dell’art. 111, comma 1, n. 3, in relazione all’art. 360 c.p.c., in quanto il Tribunale aretino avrebbe erroneamente ritenuto inapplicabile al caso di specie la prededuzione di cui all’art. 111 L.F., in considerazione della mancata apertura della procedura di concordato. Secondo il ricorrente, infatti, l’attività svolta sarebbe dovuta rientrare de plano nelle previsioni dell’art. 111 l.f., senza necessità di valutare ex post la concreta utilità dell’attività professionale prestata per la massa dei creditori, come peraltro affermato da diverse pronunce della Suprema Corte (tra le altre, Cass. 7974/2018; Cass. 30204/2017; Cass. 25471/2019) .

La Corte, nel rigettare il ricorso, pur dando atto dell’esistenza dell’orientamento in base al quale la prededuzione va riconosciuta anche quando la procedura di concordato preventivo non sia stata effettivamente aperta, ritiene di dover adottare una linea di maggior rigore e, anzitutto, evidenzia come la maggior parte delle pronunce richiamate fossero state emesse in fattispecie in cui il fallimento era intervenuto dopo il venir meno (per revoca, mancato raggiungimento delle maggioranze richieste dalla legge o altro) di una procedura di concordato dichiarata aperta a norma dell’art. 163 L.F. e nelle quali si era dunque indubbiamente realizzato il fenomeno della c.d. consecuzione tra concordato e successivo fallimento.

Al contrario, nel caso di specie la procedura concordataria non era neppure stata aperta, atteso che la proposta presentata dalla società era stata giudicata inammissibile ex art. 162, comma 2, L.F., essendo inidonea ad assicurare il pagamento minimo dei crediti chirografari nella misura del 20%.

In un simile caso, secondo il Collegio, pur nella consapevolezza dell’opinione difforme espressa dalla stessa Corte con le sentenze n. 7974 del 2018 e n. 30204 del 2017, non può attribuirsi natura prededucibile al credito del professionista formatosi prima dichiarazione di fallimento ove la procedura minore non sia stata aperta, per essere stata solo presentata una domanda di concordato dichiarata inammissibile L. Fall., ex art. 162, comma 2 L.F. (cfr. anche Cass. n. 25589/2015). Con la presentazione della domanda di concordato e, segnatamente, con la sua pubblicazione nel registro delle imprese, si instaura infatti un mero procedimento di “verifica”, finalizzato ad accertare la sussistenza dei presupposti per l’ammissione alla procedura, senza che da ciò possa discendere una consecuzione tra tale ipotetica procedura e il successivo fallimento. Qualora, infatti, il procedimento di verifica abbia esito negativo, il Tribunale Fallimentare emette una pronuncia di inammissibilità “della proposta” e non già “del concordato”, a conferma del fatto che la domanda di ammissione alla procedura non è in grado, di per sé, di produrre gli effetti che con essa l’imprenditore intende conseguire, almeno finché non venga accertata la sussistenza dei presupposti necessari al suo accoglimento

Al riguardo, la Suprema Corte precisa come tale conclusione non si ponga in contrasto con il fatto che la legge ricolleghi al deposito della domanda di concordato, ancorché in bianco, una serie di effetti tipici delle procedure concorsuali. Tali previsioni legislative, infatti, sono semplicemente frutto della volontà del legislatore di evitare che l’allungamento dei tempi del procedimento di verifica e della successiva declaratoria di fallimento vadano a danno dei creditori concorsuali, senza che da ciò possa discendere un’automatica retrodatazione di tutti gli effetti della procedura (tra cui, per quanto qui interessa, il riconoscimento della prededuzione ai crediti sorti in funzione della presentazione della domanda).

Inoltre, la Cassazione rileva come l’art 111 L.F. accordi espressamente il beneficio della prededuzione soltanto alle prestazioni professionali collegate alla procedura di concordato da un nesso cronologico o teleologico, nozione che non può essere ampliata fino al punto di ricomprendervi qualsiasi attività resa in relazione a un mero tentativo, risultato infruttuoso, di accedere ad una determinata procedura, quand’anche, in luogo di questa, ne sia stata aperta una diversa e non voluta (ossia il fallimento). Una simile opzione interpretativa, infatti, da un lato non tiene conto del fatto che la prestazione del professionista, resa a favore del cliente e non dei creditori concorsuali, è del tutto scollegata dal vantaggio che deriva a questi ultimi dalla retrodatazione degli effetti del fallimento alla data di pubblicazione della domanda concordataria (vantaggio che, semmai, deriva dalla scelta dell’imprenditore di depositare tale domanda); dall’altro, finisce con l’incentivare la presentazione di domande di concordato prive di qualsivoglia possibilità di successo, facendo al contempo maturare costi (anche ingenti) di natura prededucibile a carico del successivo fallimento.

Alla luce di quanto esposto, i Giudici di legittimità hanno formulato il seguente principio di diritto: “La L. Fall., art. 111, comma 2, nello stabilire che sono considerati prededucibili i crediti sorti “in funzione” di una procedura concorsuale, presuppone che una tale procedura sia stata aperta, e non la semplice presentazione di una domanda di concordato, che dà luogo unicamente ad un procedimento di verifica volto al mero accertamento dell’ammissibilità della proposta. Il credito del professionista che abbia svolto attività di assistenza e consulenza per la presentazione della domanda di concordato preventivo dichiarata inammissibile o rinunciata non è pertanto prededucibile nel fallimento, ancorché la sentenza dichiarativa si fondi sulla medesima situazione (di insolvenza) rappresentata nella domanda”.

In conclusione, nella fattispecie in esame i Giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso proposto, pur compensando integralmente le spese di lite tra le parti, in considerazione del contrasto giurisprudenziale esistente sull’argomento.

A tale proposito, per completezza, rileviamo come tale interpretazione sia in linea con le norme (ancora non entrate in vigore) in tema di prededuzione previste dal Codice della Crisi, ove, all’art. 6, è previsto che: “Oltre ai crediti così espressamente qualificati dalla legge, sono prededucibili: (…) c) i crediti professionali sorti in funzione della presentazione della domanda di concordato preventivo nonché’ del deposito della relativa proposta e del piano che la correda, nei limiti del 75% del credito accertato e a condizione che la procedura sia aperta ai sensi dell’articolo 47”.

Cass., Sez. I, 15 gennaio 2021, n. 639

Eleonora Gallina – e.gallina@lascalaw.com

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