Crisi e procedure concorsuali

Precisazioni sulla sussistenza delle condizioni per la dichiarazione di fallimento

Cass. 27 maggio 2015, n. 10952 (leggi la sentenza)

La sentenza n. 10952 del 27 maggio 2015 offre un quadro particolarmente chiaro circa la questione dell’assoggettabilità delle imprese al fallimento, con specifico riguardo al tema della sussistenza dei presupposti dimensionali necessari per l’esonero dall’applicazione delle disposizioni sul fallimento, nonché in merito all’accertamento dello stato d’insolvenza del debitore.

La Suprema Corte, anzitutto, affronta la questione inerente al riconoscimento della qualifica di piccolo imprenditore che, sebbene chiarita per quanto concerne i parametri dimensionali, lascia qualche spiraglio d’interpretazione rispetto al momento cui riferire la decorrenza del triennio antecedente la data di deposito dell’istanza di fallimento.

Sul punto la sentenza chiarisce che, ai fini del riconoscimento della non assoggettabilità al fallimento, ovvero della qualifica di piccolo imprenditore, il computo dell’attivo patrimoniale, di cui al secondo comma dell’art. 1, lett. a, L.F., “va riferito agli ultimi tre esercizi antecedenti alla data di deposito dell’unica (o della prima) istanza di fallimento”.

Diverso è il momento cui fare temporale riferimento con riguardo all’accertamento dell’ammontare di debiti scaduti e non pagati indispensabile per pervenire alla dichiarazione di fallimento, posto dall’ultimo comma dell’art. 15 L.F., nel quale l’attinenza con l’istruttoria prefallimentare è tale che l’attenzione debba necessariamente essere rivolta al momento in cui il Tribunale prende la sua decisione, per niente rilevando quello della proposizione dell’istanza di fallimento.

A riguardo lo stato d’insolvenza, pacificamente riconosciuto come l’irreversibile impossibilità, non meramente transitoria, di far fronte in modo regolare alle proprie obbligazioni, si profila ogni qual volta il complesso dei debiti accertati nel corso dell’istruttoria prefallimentare sia almeno pari all’ammontare stabilito in virtù del periodico aggiornamento sancito dal combinato disposto dell’art. 1, comma terzo, L.F. e art. 15, ult. comma, L.F.

Alla luce dei principi di diritto, formulati dalla Suprema Corte, desumibili dall’interpretazione delle disposizioni poste a fondamento dell’applicazione della disciplina fallimentare, nel giudizio di opposizione alla sentenza di fallimento il convincimento sulla ricorrenza della situazione d’insolvenza, pur se compiuto con riferimento alla data di dichiarazione del medesimo, “può fondarsi anche su fatti diversi da quelli sulla base dei quali il fallimento è stato dichiarato, purché si tratti di fatti anteriori alla pronuncia, anche se conosciuti in tempo successivo”( Cass. 25 maggio 1993, n. 5869). Pertanto, “la sussistenza dell’insolvenza può essere desunta anche dalla risultanze non contestate dello stato passivo e, quindi, attraverso l’acquisizione ufficiosa degli elementi rilevanti (Cass. 13 gennaio 1988, n. 184; Cass. 28 marzo 1990, n. 2539).

Concludendo, nel giudizio di opposizione non può che riconoscersi in capo al giudice il potere-dovere di riscontrare la sussistenza dei presupposti della dichiarazione di fallimento sulla base di ogni atto acquisito al fascicolo fallimentare.

Invero, come riconosciuto dall’orientamento maggioritario sul punto, non è condivisibile la critica fondata sull’esigenza di rispetto del contraddittorio, essendosi formate le risultanze portate dallo stato passivo proprio nell’ambito del contraddittorio tra le parti, e potendo, altresì, ritenere le stesse ampiamente conosciute dall’interessato, cui è attribuito l’onere di presentare le proprie difese riguardo ogni elemento utilizzabile dal giudice ai fini della decisione.

Si palesa, dunque, in tal modo l’inattendibilità delle censure con le quali la ricorrente denuncia la mancanza delle condizioni per la dichiarazione di fallimento.

15 giugno 2015

Matilde Sciagata – m.sciagata@lascalaw.com

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