L’interesse è concreto. Se non ripeti, che interesse c’è?

Il potere rappresentativo del Presidente della società-socia privo del potere gestorio

L’esercizio del diritto di voto espresso in assemblea da parte di un soggetto al quale, pur disponendo in base a norme statutarie del potere di rappresentanza generale della società-socia, non sia stato conferito il potere gestorio per effetto di una delibera autorizzativa dell’organo amministrativo dell’ente che rappresenta, è inefficace, potendosi in tal caso configurare una vera e propria dissociazione tra potere gestorio e potere di rappresentanza.

Il Tribunale di Milano, con sentenza n. 21154 del 21 luglio 2020, ha precisato, in proposito, che: “fra le fattispecie di invalidità del voto del singolo socio la giurisprudenza di legittimità annovera anche il voto espresso in assemblea dal socio attraverso un rappresentante privo del potere di esprimere la sua volontà che, alla stregua del disposto dell’art. 1398 c.c. in tema di atti compiuti dal falsus procurator, è inefficace e tale resta se non interviene la ratifica da parte del dominus”.

Proprio in virtù di ciò, costituisce motivo di annullamento della delibera dell’assemblea dei soci, ai sensi dell’art. 2377 comma 5 n. 2 c.c. – applicabile alle s.r.l. in virtù del richiamo alla norma operato dall’art. 2479 ter ultimo comma c.c. – l’invalidità del voto del singolo socio, allorché sia stato determinante ai fini del raggiungimento della maggioranza richiesta per l’adozione della deliberazione dell’assemblea.

Infatti, tra le fattispecie di invalidità del voto del singolo socio la giurisprudenza di legittimità annovera, come noto, anche il voto espresso in assemblea dal socio attraverso un rappresentante privo del potere di esprimere la sua volontà che, alla stregua del disposto dell’art. 1398 c.c. in tema di atti compiuti dal falsus procurator, è inefficace e tale resta se non interviene la ratifica da parte del dominus.

Stante la facoltà del dominus di ratificare l’atto invalidamente compiuto dal falsus procurator, peraltro, la deliberazione assunta in violazione delle prescrizioni poste dalla legge o dallo statuto può essere validamente impugnata dai soci assenti, dissenzienti o astenuti; a ciò non ostando l’invocazione del secondo comma dell’art. 2384 c.c. nella parte in cui esclude che le limitazioni ai poteri degli amministratori risultanti dallo statuto o da una decisione degli organi competenti siano opponibili ai terzi (esclusione, peraltro, disposta in attuazione della direttiva CEE n. 151 del 9 marzo 1968).

Infatti tale regime “non opera con riferimento al voto espresso in assemblea in violazione della disciplina sulla rappresentanza volontaria o organica. Il voto è, infatti, una manifestazione di volontà che si inserisce nel processo di formazione della volontà assembleare che, ove viziata, riverbera, in forza della specifica previsione dell’art. 2377 comma 5 n. 2 c.c., in motivo di invalidità della deliberazione collettiva”.

Trib. Milano, Sez. Impresa, 21 luglio 2020, n. 21154

Maria Giulia Furlanetto – m.furlanetto@lascalaw.com

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