L’interesse è concreto. Se non ripeti, che interesse c’è?

Patto parasociale: per le Sezioni Unite è competente il giudice italiano anche se la società ha sede all’estero

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno stabilito che il giudice italiano è competente a decidere della controversia inerente alla violazione di un patto parasociale relativo ad una società avente sede legale in Polonia, qualora il convenuto sia domiciliato in Italia e ciò anche se le violazioni sono state commesse dal convenuto nella sua qualità, oltre che di socio, di amministratore unico della società polacca.

Nello specifico, la Corte ha stabilito che “ai sensi dell’art. 2 regolamento Ce del Consiglio n. 44/01 del 22 dicembre 2000, la giurisdizione dello Stato membro nel cui territorio il convenuto ha il proprio domicilio costituisce regola generale. E a tale regola si può derogare soltanto in casi tassativi che non tollerano interpretazioni estensive”.

La controversia trae origine da un’azione risarcitoria avviata da un socio di una società polacca ai danni dell’altro socio, il quale aveva amministrato la società senza mai renderne conto all’attore in aperta violazione del patto parasociale concluso tra le parti contestualmente all’ingresso dell’attore nella compagine sociale e, comunque, causando con il proprio agire un danno all’attore. L’attore, in ragione del fatto che il convenuto era residente in Italia, instaurò il giudizio innanzi al Tribunale di Roma, facendo applicazione di quanto previsto dall’articolo 2 del Regolamento CE 44/2001 “le persone domiciliate nel territorio di un determinato Stato membro sono convenute, a prescindere dalla loro nazionalità, davanti ai giudici di tale Stato membro” (oggi sostituito dall’art. 4 del Regolamento UE 1215/2012).

Il convenuto si difese, innanzitutto, eccependo il difetto di giurisdizione del giudice italiano, in quanto, a suo dire, la controversia avrebbe dovuto essere decisa dai tribunali polacchi, avendo la società sede legale in Polonia.

Il Tribunale capitolino, in prime cure, e la Corte d’Appello di Roma, in sede di impugnazione, diedero ragione al convenuto, evidenziando che in base al principio di prossimità, al quale sono ispirati tutti criteri di cui all’art. 5 del Regolamento n. 44/2001 (oggi sostituito dall’art. 7 del Regolamento 1215/2012), sussisteva la giurisdizione polacca e non quella italiana.

Le Sezioni Unite, tuttavia, con la sentenza in commento, hanno riformato la decisione resa dalla Corte di merito, affermando, senza alcuna incertezza di sorta, la sussistenza della giurisdizione italiana.

La Corte di legittimità, infatti, ha ricordato che il Regolamento europeo prevede come regola generale la giurisdizione dello Stato membro in cui il convenuto ha il proprio domicilio. Il foro generale del convenuto può essere derogato solamente laddove sussistano i presupposti per l’applicabilità di fori speciali od esclusivi. Tale principio si ricava con chiarezza dall’undicesimo considerando del regolamento secondo il quale “le norme sulla competenza devono presentare un alto grado di prevedibilità ed articolarsi intorno al principio della competenza del giudice del domicilio del convenuto, la quale deve valere in ogni ipotesi salvo in alcuni casi rigorosamente determinati, nei quali la materia del contendere o l’autonomia delle parti giustifichi un diverso criterio di collegamento…”.

Tuttavia, i fori speciali previsti dall’art. 5 del Regolamento, in ragione del tenore letterale dello stesso “Una persona domiciliata in uno Stato membro può essere convenuta in un altro Stato membro …”, sono da considerarsi fori alternativi e non esclusivi, che dunque si limitano “ad aggiungere alla competenza giurisdizionale generale un’altra, soltanto concorrente”. Solamente i fori esclusivi di cui all’art. 22 del Regolamento n. 44/2001 ovvero quello eventualmente individuato dalle parti ai sensi dell’art. 23 (oggi artt. 24 e 25 del Regolamento 1215/2012) sono, invece, idonei ad escludere l’applicazione del foro generale del convenuto.

Le Sezioni Unite, in merito, hanno pertanto precisato che la controversia relativa alla violazione di un patto parasociale non rientra tra le controversie inerenti alla validità delle decisioni degli organi sociali, per le quali sarebbe stato senz’altro competente il giudice polacco, ai sensi del citato art. 22, n. 2, del Regolamento 44/2001.

Ed, infatti, la ratio dell’individuazione di un tale foro esclusivo si rinviene nella circostanza che “i giudici della sede della società si trovano … nella posizione migliore per conoscere delle controversie che vertano esclusivamente, se non essenzialmente, sulla validità di una o più decisioni degli organi della società”.

Tuttavia, nel caso di violazione del patto parasociale, non si rinvengono tali esigenze vertendo la controversia su un contratto concluso tra i soci il quale ha effetti meramente obbligatori e, dunque, può essere decisa anche da una corte diversa da quella in cui ha sede la società. Secondo la Corte, il sindacato di gestione, contenuto in un patto parasociale “non è capace, di per sé, d’interferire direttamente con le decisioni (della società, n.d.r.), perché esplica effetti obbligatori, circoscritti alle sfere giuridiche degli stipulanti, e postula, per avere attuazione, che l’amministratore recepisca le direttive del sindacato e autonomamente decida di dare ad esse esecuzione”. E, infatti, continua la Corte, “L’accezione più comune è che l’efficacia è obbligatoria, perché il patto non è idoneo a produrre effetti nei confronti della società, ma soltanto nei confronti dei soci”.

Né a parere della Corte rientra nelle controversie di cui all’art. 22, n. 2 del Regolamento, neanche la domanda con la quale l’attore fa valere la responsabilità del convenuto nella qualità di amministratore. Secondo i Giudici di legittimità “una siffatta controversia non coinvolge il patto costitutivo della società o atti da essa compiuti tramite i suoi organi rappresentativi, né comunque è proposta contro la società medesima, ma riguarda soltanto i rapporti tra i due soci, ed è diretta a far valere una responsabilità del convenuto di natura personale, ancorché ricollegata a comportamenti assertivamente implicanti abuso della posizione di socio o di amministratore”.

Un’interpretazione estensiva delle norme che regolano i fori esclusivi, tale da far ricadere la controversia relativa ad un patto parasociale tra quelle previste dall’art. 22 del Regolamento 44/2001, non permetterebbe di addivenire ad una prevedibile individuazione del giudice competente a decidere la controversia, pregiudicando così il principio di certezza del diritto.

La Corte ha dunque sancito il principio che i criteri di ripartizione della giurisdizione sono frutto di scelte di opportunità operate a monte dal legislatore che non possono essere oggetto di interpretazione estensiva da parte del giudice, poiché una tale operazione ermeneutica priverebbe le parti di ogni certezza in merito ai criteri di individuazione del giudice competente a decidere la controversia, criteri che devono avere un forte grado di chiarezza e prevedibilità di applicazione. In ossequio al principio fondamentale della certezza del diritto, dunque, le parti di un contratto devono poter essere in grado di stabilire, già dalla conclusione dello stesso, quale potrà essere il giudice competente in caso di contenzioso.

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Corporate - Patto parasociale - Dalmasso

Cass., Sez. Unite, 26 novembre 2020, n. 26984

Fabio Dalmasso – f.dalmasso@lascalaw.com

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