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Pagamento preferenziale: risarcisce l’amministratore ma non per l’intero

Il Tribunale di Milano, con una recente sentenza, ha stabilito che nel caso in cui un amministratore effettui pagamenti preferenziali in prossimità dell’avvio di una procedura concorsuale, questi sarà tenuto a risarcire i creditori lesi dal pagamento preferenziale ma non per l’intero credito bensì per il danno da “maggior falcidia” dei crediti insinuati al passivo. Secondo il Tribunale, il danno da “maggior falcidia” sarebbe rappresentato dalla differenza tra quanto i creditori avrebbero percepito dal riparto fallimentare se il pagamento non fosse stato effettuato, ed il creditore preferito si fosse insinuato al passivo fallimentare, e quanto hanno effettivamente percepito.

Nel caso affrontato dal Tribunale meneghino, il curatore di una società fallita aveva citato in giudizio gli ex amministratori per vederli condannare a risarcire, tra l’altro, quanto pagato dalla società in procinto di presentare una proposta di concordato preventivo ad alcuni creditori, privilegiandoli rispetto alla massa e violando così la par condicio creditorum.

Il Tribunale ha tuttavia rigettato la domanda attorea poiché la curatela, confidando nell’indiscriminato accoglimento della propria richiesta, si era limitata a chiedere la restituzione dell’intera somma pagata dalla società a tali creditori, senza produrre alcuna prova volta a dimostrare il danno effettivamente subito dalla massa dei creditori.

Il Tribunale, dopo aver accertato che effettivamente gli amministratori della società avevano effettuato pagamenti preferenziali in procinto e anche nelle more della procedura concorsuale, provocandone addirittura la caducazione, ha tuttavia autorevolmente evidenziato che il danno che gli amministratori sono tenuti in tale fattispecie a risarcire non può essere equivalente all’intera somma pagata dalla società al creditore in via preferenziale.

Dunque, la sentenza in commento ha giustamente osservato che “il danno da pagamento preferenziale è individuabile quale danno da “maggior falcidia” dei crediti insinuati nel passivo fallimentare, danno pari alla differenza tra quanto i creditori avrebbero percepito dal riparto fallimentare se il pagamento non fosse stato fatto ed il creditore preferito si fosse insinuato al passivo fallimentare e quanto hanno effettivamente percepito”.

Come si diceva, la curatela confidava nell’accoglimento tout court della propria domanda e non produceva dunque in giudizio quanto necessario a parere del Tribunale per determinare il danno da “maggior falcidia”.

Il Collegio giudicante, pertanto, nel rigettare la domanda della curatela così ha motivato “Il calcolo di tale danno suppone la prova, ma ancor prima e necessariamente l’allegazione: – del passivo fallimentare; – dell’attivo fallimentare; – del riparto effettuato; – del riparto che sarebbe stato effettuato se il pagamento preferenziale non fosse avvenuto ed il creditore preferito si fosse invece insinuato al passivo. Orbene, il Fallimento non ha allegato alcun elemento idoneo a dimostrare le circostanze suddette. In particolare, parte attrice non ha nemmeno allegato né l’entità del passivo fallimentare, né quella dell’attivo né il riparto tra creditori delle varie categorie… Ciò posto, non sussistono agli atti del presente procedimento elementi idonei a quantificare un ipotetico danno come conseguenza dei pagamenti preferenziali di cui si discute”.

Trib. Milano, 1 giugno 2020, n. 3090

Fabio Dalmasso – f.dalmasso@lascalaw.com

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