Il gioco delle parti nella verifica dei crediti

Pagamenti non autorizzati e revoca del concordato

L’effettuazione di pagamenti non autorizzati durante la procedura concordataria non portano necessariamente alla revoca del provvedimento di ammissione a tale procedura: occorre infatti accertare la frode ed il pregiudizio per la realizzazione della proposta concordataria

La Corte d’Appello di Messina respingeva il reclamo ex at. 18 L.F., proposto dalla fallita e da una sua creditrice, contro la sentenza del Tribunale che aveva dichiarato il fallimento della società dopo averne revocato l’ammissione alla procedura di concordato preventivo ai sensi della L. F., art. 173, comma 2, motivando che i vari e reiterati pagamenti di debiti, sorti sia in data anteriore che posteriore all’apertura della procedura concordataria, eseguiti dalla fallita in difetto di autorizzazione del Giudice, oltre che la violazione di altre regole cogenti tempestivamente segnalata dal Commissario Giudiziale, integravano altrettante ragioni di revoca del provvedimento di ammissione.
Con la sentenza n. 3324/2016 la Suprema Corte esprime il principio di diritto secondo cui i pagamenti eseguiti dall’imprenditore ammesso al concordato preventivo in difetto di autorizzazione da parte del giudice delegato non comportano automaticamente la revoca della procedura, ex art. 173 u.c. L.F., dal momento che questa segue solo all’accertamento, eseguito dal giudice di merito, che tali pagamenti siano diretti a frodare le ragioni creditorie, in quanto pregiudicanti la possibilità di adempimento della proposta formulata con la domanda di concordato.
In sostanza, il giudice è tenuto ad accertare non solo la sussistenza di pagamenti in violazione della par conditio creditorum, ma anche che tali pagamenti possano pregiudicare in concreto le possibilità di adempimento della proposta concordataria, determinando così un atto in frode ai creditori.
Nella motivazione, la Corte censura innanzitutto la sentenza di merito per non aver distinto se tali pagamenti riguardassero debiti anteriori o posteriori alla richiesta di concordato preventivo. Ed infatti qualora i debiti siano sorti dopo la domanda di concordato, essi non sono soggetti per ciò solo al regime delle autorizzazioni del giudice, che ex art. 167 L.F. si applica solo agli atti di straordinaria amministrazione.
Per quanto concerne i debiti sorti prima della domanda, due sono le considerazioni prese dai giudici di legittimità.
La prima riguarda il tenore letterale dell’art. 173 L.F., che parla di “atti non autorizzati o comunque diretti a frodare le ragioni dei creditori”. In sostanza, bisognerebbe andare a vedere , caso per caso, la sussistenza di un comportamento fraudolento, cosciente ed intenzionale, volto a danneggiare i creditori.
La seconda riguarda il fatto che, seppur in linea teorica i pagamenti di debiti sorti precedentemente alla richiesta di concordato debbano essere ricompresi tra gli atti di straordinaria amministrazione, tuttavia l’autorizzazione del giudice è pur sempre atta a controllare gli atti che potrebbero potenzialmente incidere negativamente sul patrimonio del debitore e/o risultare incompatibili con la realizzazione del piano concordatario.
Tale considerazione sarebbe coerente con il principio secondo cui , ai fini dell’applicazione del regime di cui all’art. 167 L.F., nell’ambito dell’ordinaria amministrazione rientrano tutti gli atti idonei a conservare l’attività di impresa, nell’ambito della straordinaria amministrazione e quelli idonei ad incidere in negativo sul patrimonio della società.
In secundis, sottolineano i giudici di legittimità, il pagamento dei debiti sorti anteriormente alla richiesta concordataria potrebbe risolversi in un accrescimento, anziché una diminuzione, della garanzia patrimoniale offerta ai creditori, tendendo conseguentemente ad un loro più facile soddisfacimento (si pensi ai crediti di lavoro, delle utenze, delle spese legali per difendere i beni dai terzi).
In definitiva, a detta della Suprema Corte, i pagamenti dei debiti anteriori possono avere comunque una valenza positiva per i creditori e, quantomeno, non giustificano la revoca automatica dello stesso.

Matteo Dalla Pozzam.dallapozza@lascalaw.com

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