Concorrenza e libertà negoziale: No alla nullità derivata nella fideiussione omnibus

Orientamenti del Tribunale capitolino in tema di usura e anatocismo

Il Tribunale di Roma, in un recentissimo provvedimento riguardante una causa promossa da un mutuatario nei confronti di un Istituto di credito per asseriti indebiti a titolo di usura, ha ribadito due principi applicati dalla giurisprudenza maggioritaria. Da un lato, ha confermato che, ai fini della valutazione dell’usura del tasso corrispettivo e di mora, la verifica debba essere operata distintamente per ciascuna categoria di interessi. Dall’altro lato, ha escluso che debba considerarsi di per sé illegittima la pattuizione contrattuale, secondo la quale gli interessi moratori debbano computarsi sull’intera rata scaduta comprensiva della quota di interessi corrispettivi.

Con riferimento alla prima questione, l’attore asseriva la natura usuraria degli interessi convenuti in contratto, sia corrispettivi che moratori, sul presupposto che dovesse procedersi, ai fini della individuazione del tasso effettivamente pattuito in ipotesi di ritardo nell’adempimento, con la sommatoria del tasso di mora e di quello corrispettivo. Il Tribunale ha condiviso l’orientamento ormai affermatosi come prevalente nella giurisprudenza di merito, secondo il quale la verifica del rispetto della soglia usuraria “debba essere operata distintamente per ciascuna categoria di interessi, data la diversa natura e funzione degli stessi, riferiti a basi di calcolo differenti (il tasso corrispettivo si applica, infatti, al capitale residuo al fine di determinare la quota di interessi della rata di ammortamento, mentre il tasso di mora si calcola sulla singola rata, nel caso in cui questa non sia pagata alla scadenza) ed in ragione del fatto che in ipotesi di applicazione degli interessi moratori questi ultimi si sostituiscono e non si sommano ai primi” (cfr. ex multis, Tribunale di Roma, sentenza n. 10662, del 25 maggio 2016, Tribunale di Milano, sentenza n. 2363, dell’8 marzo 2016).

Secondariamente, l’attore riteneva che dalla previsione del piano di ammortamento “alla francese” fosse derivata l’illegittima capitalizzazione di interessi passivi. Il Tribunale ha, invece, escluso che di per sé debba considerarsi contra legem la pattuizione contrattuale per cui gli interessi moratori devono computarsi sull’intera rata scaduta comprensiva della quota di interessi corrispettivi. L’art. 3 della Delibera CICR del 9 febbraio 2000, dettata in attuazione del testo dell’art. 120 T.U.B. e vigente al momento di conclusione del contratto, in relazione ai finanziamenti con piano di rimborso rateale, stabiliva infatti che “nelle operazioni di finanziamento per le quali è previsto che il rimborso del prestito avvenga mediante il pagamento di rate con scadenze temporali predefinite, in caso di inadempimento del debitore, l’importo complessivamente dovuto alla scadenza di ciascuna rata può, se contrattualmente stabilito, produrre interessi a decorrere dalla data di scadenza e sino al momento del pagamento. Su questi interessi non è consentita la capitalizzazione periodica”.

Del resto, lo stesso Tribunale romano sottolinea come l’art. 120 T.U.B., nella versione attualmente vigente, prevede l’applicabilità degli interessi di mora, non solo sulla sorte capitale, ma anche sugli interessi maturati divenuti esigibili.

Per le ragioni su esposte, il Tribunale ha rigettato la domanda proposta da parte attrice, condannandola al pagamento delle spese di lite in favore della Banca convenuta.

Tribunale di Roma, 25 marzo 2019, n. 6305

Valter Villi – v.villi@lascalaw.com

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