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Opposizione della fallita a decreto ingiuntivo: si può fare

Fumata bianca della Cassazione in merito alla possibilità, per una fallita, di restare in giudizio nell’opposizione ad un decreto ingiuntivo che potrebbe esserle opposto dal creditore, allorché tornasse in bonis.

Nel corso dello svolgimento di una opposizione a decreto ingiuntivo, la società debitrice viene dichiarata fallita. Riassume, dunque, il giudizio al fine di evitare che il titolo potesse essere fatto valere dal creditore, nel caso in cui fosse tornata in bonis.

Si costituisce parte opposta, eccependo la carenza di interesse a riassumere e portando a sostegno di tale tesi l’avvenuta ammissione al passivo – senza opposizione della curatela – dello stesso credito oggetto del decreto.

È d’accordo il Tribunale di Roma (che rigetta l’opposizione) e, così, anche la Corte d’appello capitolina.

La debitrice ricorre innanzi alla Corte di Cassazione ritenendo che, nei giudizi di merito, i giudici avessero erroneamente applicato l’articolo 43 l.f. (il quale disciplina i apporti processuali nel caso di dichiarazione di fallimento).

Secondo la Società, infatti, l’incapacità di restare in giudizio di una fallita avrebbe carattere relativo e solo il curatore potrebbe dedurne la carenza, qualora rilevasse un proprio interesse per il rapporto oggetto del contendere.

Nel caso di specie, la debitrice avrebbe avuto tutto l’interesse a riassumere il giudizio di opposizione al fine di evitarne l’estinzione, cui seguirebbe la definitività del decreto, ex art. 305 c.p.c..

È d’accordo la Suprema Corte.

Secondo i giudici di legittimità, infatti, il rapporto oggetto del procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo sarebbe estraneo alla procedura concorsuale.

Ciò in quanto la sentenza negativa che ne potrebbe scaturire, sarebbe “utilizzabile” dal creditore contro la società tornata in bonis, al momento della chiusura del fallimento, che mai sarebbe toccato dai suoi effetti.

Proprio per questo la fallita, che solo con la riassunzione avrebbe la possibilità di beneficiare del proprio diritto di difesa ed evitare che ciò accada, non perde la capacità a stare in giudizio.

Nemmeno sarebbe rilevante che il credito sia stato ammesso al passivo, poiché il procedimento di accertamento compiuto dal curatore e dal Giudice delegato produce effetti solo nel concorso (vigendo il così detto “giudicato endofallimentare”, secondo il disposto dell’art. 96, comma 5, l.f..

Così ha deciso la Cassazione: “il curatore del fallimento non subentra né e tenuto a riassumere il giudizio di opposizione, le cui eventuali vicende restano vincolanti soltanto nei confronti del fallito, al momento in cui cesseranno gli effetti del fallimento […]. Sussiste l’interesse del fallito, il quale perde la capacità processuale solo per i rapporti patrimoniali compresi nel fallimento, a riassumere il processo, per evitare che gli effetti ex art. 653 c.p.c. si verifichino nei suoi confronti e gli possano essere opposti quanto tornerà in bonis”.

Ebbene, due giudicati, due effetti e due interessi a stare in giudizio. la Cassazione è chiara: “ci sono effetti del fallimento che non si possono toccare, per la capacità di stare in giudizio….”

Cass., Sez. I, 13 ottobre 2020, n. 22047

Sacha Loforese – s.loforese@lascalaw.com

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