L’interesse è concreto. Se non ripeti, che interesse c’è?

Operazione in conflitto di interessi da parte dell’AD: indagine ex ante e onere probatorio

Il comportamento dell’amministratore delegato non può andare esente da responsabilità ex art. 2392 c.c., qualora esso – indipendentemente dalla sussistenza in capo ad esso dei relativi poteri gestori e dal principio di insindacabilità nel merito delle scelte imprenditoriali (c.d. business judgement rule) – risulti manifestamente avventato ed imprudente, secondo criteri di prevedibilità ex ante; tale valutazione è necessaria anche nell’ipotesi in cui si debba dimostrare che l’amministratore abbia agito in conflitto di interessi.

In ogni caso, l’amministratore non può dirsi in conflitto di interessi qualora disattenda direttive della proprietà.

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 4079 del 10 novembre 2020, ha, infatti, così statuito: “In tema di azione di responsabilità verso gli amministratori sociali, dunque, sulla parte attrice [la società, ndr] incombe la prova dell’illiceità dei comportamenti degli amministratori medesimi. Allorquando tali comportamenti non siano in sé vietati dalla legge o dallo statuto e l’obbligo di astenersi dal porli in essere discenda dal dovere di lealtà, coincidente col precetto di non agire in conflitto di interessi con la società amministrata, o dal dovere di diligenza, consistente nell’adottare tutte le misure necessarie alla cura degli interessi sociali a lui affidati, l’illecito è integrato dal compimento dell’atto in violazione di uno dei menzionati doveri”.

In tal caso, peraltro, l’onere della prova “investe anche quegli elementi di contesto dai quali è possibile dedurre che lo stesso implica violazione del dovere di lealtà o di diligenza” (in senso conforme, Cass. n. 2975/2020).

La Corte ha precisato, inoltre, che la responsabilità dell’amministratore per presunte operazioni poste in essere in conflitto di interessi con la società, non è certamente configurabile per il solo fatto che egli abbia disatteso le direttive della proprietà: una volta nominato, infatti, il rapporto intercorrente tra l’amministratore e la società è disciplinato dalle norme speciali sulle società stesse, le quali “non prevedono un potere di direttiva giuridicamente vincolante sugli amministratori da parte della società medesima” (né tantomeno da parte dei soci di maggioranza), salva la possibilità di revoca per giusta causa, al venir meno del rapporto fiduciario.

Ebbene, nel caso in cui dovesse sussistere un conflitto di interesse tra un membro del consiglio di amministrazione e la società, il primo ha l’obbligo di dare notizia agli altri consiglieri e al collegio sindacale di ogni interesse di cui dovesse essere portatore, per conto proprio o di terzi, nel compimento di una determinata operazione sociale.

Di converso, qualora a trovarsi in conflitto di interessi sia l’amministratore delegato, questi dovrà astenersi dal compiere l’operazione, investendo della stessa l’organo collegiale. In questi casi la deliberazione del consiglio di amministrazione deve adeguatamente motivare le ragioni e la convenienza per la società dell’operazione.

Cass. Sez.I, Ord., 10 novembre 2020, n. 4079

Maria Giulia Furlanetto – m.furlanetto@lascalaw.com

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