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L’instaurazione del giudizio di merito, successivo all’opposizione agli atti esecutivi, deve avvenire entro il termine fissato dal giudice dell’esecuzione, rispettando, altresì, la forma dell’atto introduttivo richiesta nel rito con cui l’opposizione deve essere trattata.

Sul punto, è  tornata ad esprimersi la Corte di Cassazione con Ordinanza n. 31694/2018, sez. VI Civile -3 e depositata il 7 dicembre ( riprendendo quanto già statuito in diversi precedenti), secondo cui “a norma dell’art. 618 c.p.c., comma 2 – nel testo sostituito dalla L. 24 febbraio 2006 n. 52, art. 15 -, l’introduzione del giudizio di merito nel termine perentorio fissato dal giudice dell’esecuzione, all’esito dell’esaurimento della fase sommaria di cui al comma 1 della indicata disposizione, deve avvenire, analogamente a quanto previsto dall’art. 616 c.p.c., con la forma dell’atto introduttivo richiesta nel rito con cui l’opposizione deve essere trattata, quanto alla fase di cognizione piena…”

La vicenda trae origine dall’opposizione agli atti esecutivi, ai sensi dell’art. 617 c.p.c., promossa da T.A. avverso una sentenza con cui è stata dichiarata l’improcedibilità dell’esecuzione promossa dalla stessa opponente nei confronti dell’INPS, avente ad oggetto il pagamento delle spese di registrazione di un’ordinanza di assegnazione emessa al termine di una procedura esecutiva contro lo stesso debitore.

Quest’ultima, era stata attivata sulla base di una sentenza emessa dal giudice del lavoro, per le spese di lite distratte in suo favore, in qualità di procuratore distrattario della parte ricorrente.

Il Tribunale di Foggia, accoglieva l’opposizione, revocava l’ordinanza impugnata, condannando alle spese di lite l’INPS.

L’istituto, conseguentemente, proponeva ricorso per Cassazione sulla base di quattro motivi.

Nel caso di specie, la procedura esecutiva, promossa sulla base del titolo esecutivo costituito dalla sentenza del giudice del lavoro, era stata azionata esclusivamente al fine di recuperare le spese di lite liquidate dal Giudice con la predetta sentenza ed affrontate da T.A., quale procuratore distrattario; mentre, il titolo esecutivo, risultava già posto in esecuzione e soddisfatto, non essendo stato, il rito del lavoro, oggetto di specifica censura.

La Suprema Corte, quindi, ha ritenuto giustamente fondata la censura mossa dall’Istituto secondo il quale, il giudizio avrebbe dovuto seguire le regole del rito ordinario e non diversamente quelle del rito del lavoro.

Pertanto, prosegue la Corte, che , se la causa è soggetta al rito ordinario, il giudizio di merito va introdotto con citazione, da notificare alla controparte entro il termine perentorio fissato dal giudice” (cfr. Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 19264 del 07/11/2012, Rv. 624337 – 01; Sez. 3, Ordinanza n. 1152 del 19/01/2011, Rv. 615946 – 01).

Nel caso in questione, invece, avendo l’opponente instaurato il giudizio a mezzo del ricorso invece che con atto di citazione, al fine di rispettare il termine perentorio fissato dal Giudice dell’esecuzione, avrebbe dovuto in tale termine non solo depositare il ricorso, ma anche notificarlo.

Ciò posto, la Suprema Corte, ha cassato la sentenza impugnata, dichiarando inammissibile l’opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 618 c.p.c., promossa dall’intimata T.A., condannandola altresì alla refusione delle spese di lite.

Cass., sez. VI Civile, 7 dicembre 2018, n. 31694

Maria Chiara Frangella – m.frangella@lascalaw.com

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