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Obbligo di agire informati e responsabilità degli amministratori “non operativi”

Con una recente pronuncia, la Corte di Cassazione ha statuito che, nell’assetto normativo attuale, la responsabilità degli amministratori non può discendere da una generica condotta di omessa vigilanza, ma deve riconnettersi alla violazione del dovere di agire informati, sia sulla base delle informazioni che agli amministratori devono essere somministrate, sia sulla base di quelle che essi stessi possono acquisire di propria iniziativa (Cass. 31.08.2016, n. 17441).

Prima della riforma del 2003 si era affermato l’orientamento interpretativo che individuava nell’art. 2392 cod. civ. l’obbligo, gravante su ciascuno dei componenti del consiglio di amministrazione, di attivarsi allo scopo di esercitare un controllo effettivo sull’operato degli altri amministratori.

In tal modo, l’affidamento di singoli e specifici compiti di amministrazione diretta ad alcuni soltanto degli amministratori non valeva ad escludere la responsabilità degli altri. Pertanto, il componente del consiglio di amministrazione chiamato a rispondere come coobbligato in solido per omessa vigilanza non avrebbe potuto sottrarsi alla responsabilità adducendo che le operazioni, integranti l’illecito, erano state poste in essere autonomamente da un altro soggetto (tra le altre Cass. 21.07.2004, n. 13555).

I Giudici di legittimità pongono invece l’accento sugli effetti della riforma che, nel 2003, ha interessato anche l’art. 2392 cod. civ., affermando che l’attuale testo normativo non prevede un generale obbligo di vigilanza in capo agli amministratori.

La norma stabilisce, infatti, che “in ogni caso gli amministratori, fermo quanto disposto comma terzo dell’art. 2381 sono solidalmente responsabili se, essendo a conoscenza di fatti pregiudizievoli, non hanno fatto quanto potevano per impedirne il compimento o eliminarne o attenuarne le conseguenze dannose”.

La Corte si è soffermata sull’obbligo – che ai sensi dall’art. 2381 comma 3 cod. civ. grava sugli amministratori – di valutare 1) l’adeguatezza dell’assetto amministrativo, organizzativo e contabile della società “sulla base delle informazioni ricevute” e 2) l’andamento della gestione “sulla base della relazione degli organi delegati”.

Inoltre, i Giudici di legittimità affermano che il rinvio dell’art. 2392 cod. civ. va esteso anche al comma 6 dell’art. 2381 cod. civ., in base al quale “gli amministratori sono tenuti ad agire in modo informato; ciascun amministratore può chiedere agli organi delegati che in consiglio siano fornite informazioni relative alla gestione della società”.

Ne consegue che gli amministratori non operativi rispondono per non aver impedito i fatti pregiudizievoli 1) dei quali abbiano acquisito effettiva conoscenza (eventualmente anche per effetto delle informazioni ricevute ai sensi dell’art. 2381 comma 3 cod. civ) ovvero 2) dei quali avrebbero dovuto acquisire conoscenza, di propria iniziativa, in adempimento dell’obbligo di cui all’art. 2381 comma 6 cod. civ. A tale ultimo riguardo, tuttavia, osserva la Corte, occorre che la semplice “facoltà” di richiedere informazioni relative alla gestione sia “innescata” da elementi tali da porre sull’avviso gli amministratori alla stregua del parametro di “diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e delle loro specifiche competenze”, al quale devono attenersi nell’esercizio delle loro funzioni (art. 2392 comma 1 cod. civ.).

Solo in tal caso potrà dunque ravvisarsi in capo all’amministratore un obbligo positivo di condotta.

Opinando diversamente, conclude la Corte, verrebbe a configurarsi un generale obbligo di vigilanza che la riforma ha volutamente eliminato.

Massimo Trimboli – m.trimboli@lascalaw.com

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