Crisi e procedure concorsuali

Nuova revocatoria fallimentare ed esposizione debitoria nei confronti della banca

Trib. Udine, 24 febbraio 2011, Sez. Civ.

Massima: "Ai sensi dell’art. 67 l.fall., nel nuovo testo normativo, le rimesse in conto corrente bancario sono revocabili se sono intervenute nei sei mesi anteriori alla dichiarazione di fallimento ed abbiano ridotto in maniera consistente e durevole l’esposizione debitoria del fallito nei confronti della banca con la scientia decoctionis dell’accipiens, senza che possa piu` assumere rilevanza la distinzione tra conto passivo e conto scoperto elaborata nell’interpretazione giurisprudenziale emersa nella trascorsa disciplina per individuare le rimesse aventi natura solutoria" (leggi la sentenza per esteso)

Il Tribunale di Udine, Sez. Civ.,  con sentenza del 24 febbraio 2011, chiamato a pronunciarsi sulla revocabilità o meno di pagamenti ai sensi dell’art.67 l.f., ha affrontato la nuova disciplina della revocatoria fallimentare delle rimesse in conto corrente bancario regolata dagli artt. 67 e 70 L. Fall. (così come modificati con D.L. n.35/2005, poi convertito in legge dalla L. n.80/2005).

I punti salienti della riforma richiamati dal giudice udinese  possono essere riassunti nel modo che segue:

a) sopravvenuta irrilevanza della distinzione tra conto passivo e conto scoperto e della natura solutoria (o meno) della rimessa in conto corrente;

b) fissazione del perimetro applicativo della riduzione dell’esposizione debitoria, in relazione ai suoi caratteri di durevolezza e di consistenza;

c) delimitazione dell’obbligo restitutorio, a norma dell’art. 70, terzo comma, L.Fall. e ripartizione del relativo onere probatorio.

Il legislatore della riforma ha definitivamente sancito l’irrevocabilità delle rimesse effettuate in conto corrente bancario a condizione che non abbiano ridotto l’esposizione del fallito nei confronti della banca in maniera consistente e durevole.

Nella nuova prospettiva, quindi, come si diceva supra, appare oramai superata la tradizionale distinzione giurisprudenziale tra conto passivo e conto scoperto.

Come noto, in passato, la natura solutoria delle rimesse era strettamente correlata al fatto che le stesse intervenissero su un conto corrente scoperto, tale dovendosi ritenere sia il conto non assistito da un contratto di apertura di credito che presentasse un saldo a debito del cliente, sia quello che pur essendo assistito da una linea di credito registrasse una saldo extra fido.

Per ciò che concerne, invece, i parametri di consistenza e durevolezza, con il termine “consistenza” il legislatore ha inteso indicare una valutazione, da effettuarsi in termini relativi e non assoluti, che tenga conto dell’entità massima dell’esposizione debitoria del conto corrente, di quella media dei versamenti  e delle uscite e dell’ammontare del “debito” nel momento dell’effettuazione della rimessa.
Ad una prima valutazione di tipo quantitativo la giurisprudenza ha affiancato anche una valutazione più propriamente qualitativa che vede il termine “consistente” come indicativo di un effetto non effimero ma stabilmente persistente, quasi ad indicare un rafforzativo del vocabolo durevole.

Con il termine “durevolezza”, invece, perlopiù, si è inteso indicare un’apprezzabile stabilità della riduzione, pur non mancando chi ritiene che il termine possa essere indicato quale sinonimo di “definitivo”.

 La giurisprudenza dominante ritiene, invece, che il termine durevole non debba necessariamente indicare che la rimessa abbia ridotto in maniera definitiva l’esposizione del correntista nei confronti della banca, essendo sufficiente che non sia stata immediatamente utilizzata dal correntista o destinata ad impieghi concordati fra quest’ultimo e l’istituto di credito.

Con l’art.70, terzo comma,  l.f. il legislatore, secondo l’opinione consolidata, ha voluto introdurre un limite agli effetti restitutori conseguenti all’accoglimento della domanda revocatoria concernente le rimesse in conto corrente bancario.

Detto limite è rappresentato dalla differenza tra l’esposizione debitoria massima raggiunta dal fallito nel corso del periodo per il quale è dimostrata la scientia decoctionis in capo al convenuto in revocatoria e quella esistente alla data di apertura del fallimento.

Ad oggi non è ancora stato chiarito se sia la banca a dover eccepire immediatamente l’entità di detto limite, fornendo le relative prove, atteso che la giurisprudenza è ancora in dubbio se tale eccezione debba essere qualificata come “in senso proprio” o “improprio” (con i conseguenti risvolti per ciò che concerne le preclusioni di legge).

(Laura Martone – l.martone@lascalaw.com)
 

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