Accertamento dell’insolvenza: fatti diversi…sentenza diversa!

Nullo il fallimento se l’insolvenza non è motivata

La sentenza di fallimento è nulla se non fornisce argomentazioni relative all’effettiva sussistenza dello stato di insolvenza della società.

A seguito della declaratoria di inammissibilità di una proposta di concordato preventivo, il pubblico ministero riceveva notizia relativa all’insolvenza di una Società la quale veniva, poi, dichiarata fallita.

Veniva, dunque, proposto reclamo avverso la sentenza di fallimento e la Corte d’Appello di Bologna confermava il provvedimento assunto dal Tribunale.

La fallita impugna la sentenza in quanto la Corte bolognese – con il proprio provvedimento – avrebbe omesso di operare una effettiva valutazione relativa allo stato di insolvenza, senza fornire alcuna reale argomentazione a riguardo.

Sul punto è necessario indagare circa le caratteristiche di cui una sentenza deve essere connotata, ai fini di soddisfare i requisiti richiesti dall’articolo 123 c.p.c..

Più in particolare il comma 2, n. 4, della predetta norma procedurale sostiene – come noto – che un giudice, pronunciandosi in merito ad una domanda, debba illustrare una “concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione”, al fine di motivare le ragioni che costituiscono fondamento del proprio provvedimento.

La giurisprudenza ormai consolidata sostiene che una sentenza debba considerarsi nulla ove la motivazione, benché esistente, non consenta di percepire l’iter logico che ha accompagnato il giudice nella formazione del proprio convincimento, lasciando all’interprete l’onere di “integrarla con le più varie, ipotetiche congetture”.

Si configura, in tale circostanza, il caso della così detta “motivazione apparente”.

Nel caso di specie, la Corte d’Appello si è limitata a fornire mere argomentazioni procedurali ed a operare un mero rinvio a quanto riportato nell’ordinanza di inammissibilità del concordato, senza offrire alla Società reclamante alcuna risposta alle proprie domande e senza valutare l’effettiva sussistenza dello stato di insolvenza.

Di talché una motivazione così costruita “non offre ragioni perscrutabili che giustifichino la statuizione resa, non raggiungendo il limito minimo di consistenza necessario per esplicitare, in maniera chiara e inequivoca, il fondamento della decisione”.

Condividiamo a pieno la decisione della Corte: in fin dei conti, il fallimento può sussistere solo nella coesistenza dei requisiti oggettivi di fallibilità e dell’insolvenza la cui verifica concreta e approfondita, di certo, non può venire meno.

Cass. Civ., 20 gennaio 2021, n. 976

Sacha Loforese – s.loforese@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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