Costruzione di nuovi edifici: la relazione energetica non vincola l’appaltatore

Nullità riflessa: è il primo atto quello da impugnare

“Dato un atto esecutivo nullo, chi intenda dolersene ha da impugnarlo a pena di decadenza nel termine previsto dall’art. 617 c.p.c., ed ove ciò non faccia, sarà vana l’impugnazione di eventuali atti susseguenti, che dal primo abbiano mutuato la nullità”.

Questo il principio sancito dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 32136, depositata lo scorso 10 dicembre 2019.

La Suprema Corte, con tale sentenza, ha cassato senza rinvio la pronuncia del Tribunale di Busto Arsizio che ha respinto l’opposizione promossa dall’esecutato con richiesta di declaratoria di nullità del decreto di trasferimento, sul presupposto che fossero nulli gli atti esecutivi formatisi precedentemente.

La fattispecie trae origine dall’istanza di proroga del termine previsto per il pagamento del saldo prezzo, presentata dagli aggiudicatari nell’ambito di un’esecuzione immobiliare e sulla quale il giudice dell’esecuzione si pronunciava in senso favorevole.

L’esecutato, trascorso un mese dall’emissione, presentava istanza di revoca al suddetto provvedimento. Tale istanza veniva rigettata dal giudicante e successivamente al pagamento del saldo prezzo, veniva emesso decreto di trasferimento del diritto di proprietà dell’immobile.

L’esecutato spiegava opposizione ex art. 617 c.p.c., adducendo, tra le altre, che il termine stabilito per il pagamento del saldo prezzo non è soggetto a proroga e pertanto chiedeva la pronuncia della decadenza degli aggiudicatari.

A seguito del rigetto dell’opposizione, veniva proposto ricorso per Cassazione, sul presupposto che il Tribunale di prime cure avesse ritenuto erroneamente prorogabile il termine perentorio per il versamento del saldo del prezzo, in violazione all’art. 153 c.p.c.

L’esecutato-ricorrente sosteneva, infatti, che gli aggiudicatari non avessero mai richiesto una “rimessione in termini”, ma piuttosto una “proroga di un termine perentorio”, concessa dal giudice dell’esecuzione e come tale inammissibile.

La Suprema Corte cassa senza rinvio la sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 382 c.p.c. co. 3, per avere il Tribunale pronunciato su una domanda che non poteva essere proposta.

Nello specifico, la Corte rammenta innanzitutto un principio di diritto, ormai consolidato, secondo cui l’opposizione agli atti esecutivi è quella che viene proposta avverso i provvedimenti con cui il giudice dell’esecuzione regola la procedura esecutiva e che, in quanto tali costituiscono il presupposto di ulteriori atti del processo. La nullità di un atto esecutivo si trasmette pertanto agli atti compiuti successivamente, per il c.d. incontrastato principio della “nullità riflessa”.

Nel caso di specie, infatti, il debitore esecutato non ha impugnato ai sensi del 617 c.p.c., né l’ordinanza di proroga, né il provvedimento di rigetto dell’istanza di revoca dell’ordinanza, bensì il decreto di trasferimento, formatosi in un momento successivo.

La Cassazione delinea pertanto la regola secondo cui è il primo atto esecutivo nullo a dover essere impugnato secondo modalità e termini previsti dall’art. 617 c.p.c. e qualora ciò non avvenga, risulterà vana qualunque impugnazione spiegata contro eventuali atti susseguenti che abbiamo mutuato la nullità dai primi. Tale principio conosce una sola deroga e cioè la mancata conoscenza incolpevole dell’atto nullo che permetterà all’interessato di impugnare (tempestivamente) il primo atto successivo del quale abbia avuto notizia.

Cass., Sez. III, 10 dicembre 2019 n. 32136

Valeria Agrosì – v.agrosi@lascalaw.com

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