Contenzioso finanziario

Nullità di protezione ed abuso del diritto da parte del “contraente debole”

Tribunale di Modena, 2015, n. 846 (leggi la sentenza)

Con una recente pronuncia si è tornati a discutere della nullità sollevata da parte dell’investitore (nel caso di specie acquirente di titoli obbligazionari emessi dalla Lehman Brothers), qualora non risulti alcuna “accettazione” (o meglio, sottoscrizione) formale della Banca sul contratto disciplinante la prestazione dei servizi di investimento.

Il tema è già stato affrontato in plurime occasioni da parte della Corte di Legittimità, la quale aveva espresso dubbi sulla fondatezza di tale formalistica eccezione, sostenendo che “[anche quindi a voler ritenere che non risulti una copia firmata del contratto da parte della banca,] l’intento di questa di avvalersi del contratto risulterebbe comunque, oltre che dal deposito del documento in giudizio, dalle manifestazioni di volontà da questa esternate ai ricorrenti nel corso del rapporto di conto corrente da cui si evidenziava la volontà di avvalersi del contratto (bastano a tal fine le comunicazione degli estratti conto) con conseguenze perfezionamento dello stesso” (Cass. Civ., Sez. I, 22-03-2012, n. 4564; conformi Cass. Civ., Sez. VI – 1, Ord., 30-1-2014, n. 2039 e Cass. Civ., Sez. I, 2-7-2014, n. 15135).

Oltrepassando i principi espressi dalla Suprema Corte, il Tribunale di Modena ha affrontano il tema dell’“abuso del diritto” dei contraenti a far valere ipotesi di nullità relativa, attuando un uso selettivo della stessa.

Nella sentenza si legge che “La vicenda di cui ci si occupa esprime in modo evidente lo scarto che sussiste tra realtà fattuale e realtà giuridica. Un negozio (che si assume) radicalmente inefficace dal punto di vista giuridico determina, nel mondo reale, una pluralità di conseguenze concrete, in termini, soprattutto, di spostamenti patrimoniali. Queste conseguenze concrete, a loro volta, assumono la forma di negozi giuridici, che costituiscono momenti esecutivi del contratto quadro e che mutuano, secondo un meccanismo che non è in discussione, l’invalidità del negozio “a monte”. Sennonché, gli attori selezionano, tra questi negozi esecutivi, solo alcuni (nel caso di specie, le obbligazioni Lehman), al fine di sentirne dichiarare la nullità derivata e di ottenere la restituzione di quanto versato per l’acquisto”, prosegue il Giudice rilevando che “in primo luogo, perché la giurisprudenza di legittimità impone di vagliare, senza limitazioni per categorie di soggetti, se il concreto esercizio della tutela giurisdizionale non si traduca in una forma di abuso (per esempio, SS.UU, sent. n. 23726/2007, sul contrasto tra frazionamento del credito e principi del “giusto processo”); in secondo luogo, perché la “debolezza” della situazione di partenza di una delle parti non autorizza a utilizzare, per quest’ultima, parametri diversi rispetto a quelli normalmente in uso per sindacare le modalità di esercizio degli strumenti processuali apprestati dall’Ordinamento”.

Svolte tali premesse l’adito Giudice afferma che “Vista in questa luce la vicenda, non può non cogliersi la sproporzione tra il rimedio azionato (la nullità dell’intero contratto quadro, che presupporrebbe una compromissione totale dell’interesse sostanziale degli attori) e il risultato pratico che intende conseguirsi (il ristoro della somma investita per le obbligazioni Lehman mediante la dichiarazione di invalidità derivata dell’operazione 20 febbraio 2008), con le sue indubbie ripercussioni sulla controparte del rapporto. A riprova, gli attori svolgono in subordine domande esattamente calibrate sull’entità del pregiudizio di cui si dolgono (le quali, infatti, presupporrebbero l’esistenza di un contratto quadro valido o, comunque, la scelta di non azionare la sua nullità relativa), senza ancora scendere, in questa fase, nella loro analisi nel merito. Invece, la parte di strategia processuale degli attori, fondata sull’utilizzo di un rimedio eccedente l’entità della lesione denunciata (o, meglio, calibrato su una diversa e molto più ampia entità di pregiudizio), contraddice la soddisfazione dell’interesse sostanziale implicita nella scelta di preservare la maggior parte degli effetti pratici del negozio di cui si invoca la radicale improduttività di effetti giuridici e appare, pertanto, contraria alla clausola di buona fede in senso oggettivo che, secondo le SS.UU., ha valore integrativo degli obblighi di condotta delle parti in ogni fase del rapporto obbligatorio, anche in quella patologica che poi sfocia nel giudizio”.

Nel merito, infine, occorre segnalare che la sentenza qui commentata si pone nel solco della Giurisprudenza che non rinviene alcun inadempimento (informativo) contrattuale della Banca intermediaria, nella negoziazione di titoli obbligazionari emessi dalla Lehman Brothers, considerato l’elevato livello di merito creditizio che la Banca statunitense aveva dalle agenzie di rating.

20 maggio 2015

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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