Not in my name: il falsus procurator di società di capitali

Nullità dell’operazione finanziaria per squilibrio abnorme tra le prestazioni a vantaggio della Banca

Nel caso in esame il ricorrente aveva aderito ad un piano finanziario dalle peculiari caratteristiche. Il piano si articolava innanzitutto in un finanziamento, da rimborsarsi in rate mensili per un lungo periodo di tempo (il rimborso del mutuo sarebbe stato completato in trent’anni). Il finanziamento, però, non consentiva all’investitore di ottenere la disponibilità della somma concordata, perché la stessa veniva da subito, per intero ed obbligatoriamente, vincolata. In parte la somma finanziata veniva destinata all’acquisto di obbligazioni zero coupon, emesse dall’istituto di credito o da soggetti ad esso collegati. Si trattava di obbligazioni che non staccavano alcuna cedola ed assicuravano la consegna del capitale e il conseguimento dell’interesse solo al termine dell’operazione finanziaria (dopo ben trent’anni).

Per la parte residua, poi, la somma mutuata veniva obbligatoriamente investita nell’acquisto di quote di un fondo comune di investimento azionario gestito da società collegate da comunanza di interessi con la banca. Sia le quote di fondi sia le obbligazioni venivano costituite in pegno a garanzia dell’adempimento delle obbligazioni del cliente.

Quindi da un lato il ricorrente non otteneva la disponibilità di alcuna somma per trent’anni, durante i quali avrebbe però continuato a rimborsare il finanziamento concessogli, non potendo interferire in alcun modo nella gestione del proprio denaro; d’altro canto la banca, invece, non solo avrebbe conservato la disponibilità del denaro, ma avrebbe riscosso anche le commissioni relative a ciascuna operazione finanziaria posta in essere per conto del cliente.

Il ricorrente in particolare tra le sue censure operava un richiamo all’art. 1322 c.c., eccependo che l’operazione finanziaria posta in essere si risolverebbe in un contratto atipico non finalizzato a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico, da dichiararsi quindi radicalmente nullo.

La Suprema Corte ha argomentato che di recente, (cfr. Ord. n. 19559 del 2015), un’operazione finanziaria del tutto analoga a quella in esame era stata qualificata come contratto atipico, il quale racchiude in sé le caratteristiche:

  • – del mutuo, in quanto la banca mette a disposizione dell’investitore una somma di denaro, anche se questi potrà liberamente disporne dopo un tempo assai lungo;
  • – del mandato, in quanto la banca opera nell’acquisto degli strumenti finanziari in nome e per conto del cliente;
  • – del pegno regolare dei medesimi titoli e dell’assicurazione, prevista anch’essa a garanzia della restituzione della somma mutuata.

La Corte ha proseguito il suo ragionamento rilevando che, in altro giudizio ma avente ad oggetto il medesimo piano finanziario oggetto della controversia in esame, il contratto in questione “costituisce invero un contratto atipico unitario (…) perché le singole operazioni previste per raggiungere lo scopo finale dell’investimento non hanno alcuna autonomia concettuale, giuridica o pratica, ciascuna di esse richiedendo, per mantenere la struttura e la funzione dell’insieme, la contestuale stipula delle altre (…) attesa la stretta ed indissolubile connessione tra le varie operazioni nelle quali il contratto formalmente si scompone (…) unitaria ne è la causa: non, quindi, un mero collegamento negoziale” (cfr. Cass. sent. n. 22950 del 2015).

Sempre ripercorrendo il ragionamento giuridico proposto nella sentenza poc’anzi citata, la Suprema Corte rilevava come l’operazione prevedesse un’alea solo in capo al risparmiatore, il quale era tenuto a  pagare un saggio di interesse non tenue, senza seria prospettiva di un corrispondente lucro a medio termine e con vantaggio certo, invece, per l’intermediario finanziario, che lucrava gli interessi del mutuo, aumentando la sua operatività e collocando prodotti finanziari di suo interesse (come obbligazioni emesse da società collegate). Il rapporto in esame è dunque sin dall’inizio interamente sbilanciato a favore della banca che, avvalendosi delle proprie superiori competenze in materia di strumenti finanziari, ne approfitta per indurre il cliente a stipulare un contratto prospettato come idoneo a soddisfare aspettative diverse, ad esempio di natura previdenziale, ma in realtà utile solo ad assicurare un vantaggioso finanziamento alle attività che la Banca intende svolgere.

La Corte ha quindi riconosciuto il difetto di meritevolezza di tutela, ai sensi del comma secondo dell’art. 1322 c.c., dell’operazione finanziaria esaminata, dichiarandone la nullità.

Cass., Sez. I, 27 febbraio 2017, n. 4907

Edoardo Fracasso – e.fracasso@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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