Contenzioso finanziario

Nullità del contratto derivato per assenza della causa negoziale

Tribunale di Napoli, 24 giugno 2014, n. 12539 (leggi la sentenza)

Nell’ambito del vivo dibattito Giurisprudenziale, una recente pronuncia del Tribunale di Napoli (sentenza n. 12539/2014) è intervenuta per affermare la validità dei contratti derivati dal punto di vista della “causa negoziale”.

Secondo il Giudice di merito, il cd. swap è un puro contratto aleatorio, in quanto si basa sulla “scommessa” che le parti fanno sull’andamento di specifici tassi di interesse individuati in contratto ed a seconda del differenziale concretamente riscontrato tra tali tassi, una delle parti lucrerà la differenza.

Se il meccanismo negoziale è tale da favorire la banca, pertanto, non si può parlare di difetto di causa, in quanto ogni guadagno per il cliente è aleatorio per definizione e solamente nel caso in cui l’alea non esista (nel senso che un risultato positivo per il cliente è impossibile) potrà affermarsi la nullità del contratto.

Sulla valutazione delle prestazioni sottostanti ad un contratto ed alla convenienza economica dello stesso, tuttavia, giova qui richiamare un recentissimo precedente giurisprudenziale di legittimità, che ha avuto il pregio di soffermarsi sulla questione della nullità contrattuale: “In difetto di limiti finalistici (basti pensare appunto alla normativa sull’illiceità del negozio, ovvero a quella dell’inefficacia del negozio innominato o atipico, che attengono al suo momento genetico o a quello ancora anteriore del riconoscimento di giuridica efficacia), l’attività negoziale del privato non può mai dirsi illecita se realizzi, come effetti indiretti, il detrimento patrimoniale altrui: detrimento che, anzi, nella moderna circolazione giuridica, costituisce – sia pure appunto entro detti limiti – un’evenienza per così dire insita o coessenziale all’ordinaria estrinsecazione dei traffici giuridici. Non si richiede, cioè, che questi diano luogo a scambi perfettamente equi e giusti, se non altro difficile od arbitraria (se non impossibile) rivelandosene la parametrazione in termini di effetti sui patrimoni dei consociati che entrano in contatto tra loro. La libertà di attività negoziale postula, allora, istituzionalmente il perseguimento di un vantaggio – o di un’aspettativa di vantaggio – per chi la pone in essere e, per intuitive ragioni, normalmente comporta, in via simmetrica se non corrispettiva, un vero e proprio svantaggio come contropartita a carico degli altri consociati sulle cui sfere patrimoniali essa venga ad incidere anche indirettamente” (Cass. Civ., Sez. III, 31-10-2014, n. 23158).

Ad escludere un controllo da parte del Giudice sulla valutazione economica dei contratti, proprio in tema di intermediazione mobiliare, era intervenuta già la Suprema Corte, affermando che “occorre invece rilevare che il controllo giudiziale sul contenuto dei contratti stipulati con il consumatore, introdotto dalle disposizioni invocate dalla ricorrente, pur postulando una valutazione complessiva dei diritti e degli obblighi contemplati dal programma contrattuale, nell’ambito della quale gli svantaggi determinati da singole clausole possono trovare compensazione in benefici previsti da altre pattuizioni, è circoscritto alla componente normativa del contratto, restando preclusa ogni valutazione in ordine alle caratteristiche tipologiche e qualitative del bene o del servizio fornito ed all’adeguatezza tra le reciproche prestazioni” (Cass. Civ., Sez. I, 20-09-2013, n. 21600).

In sostanza, quindi, solo l’assenza di alea contrattuale può condurre alla nullità del contratto derivato, ma non già lo sbilanciamento degli scambi tra le parti.

3 dicembre 2014

Paolo Francesco Bruno –p.bruno@lascalaw.com

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