Polizza Linked, tra normativa applicabile ed onere dell’attore in giudizio

Novità sulla nullità del “contratto quadro”

Un fulmine a ciel sereno si abbatte sul pacifico orientamento che la Suprema Corte aveva ormai assunto in materia di nullità del contratto disciplinante la prestazione dei servizi di investimento, relativamente alla mancanza della firma della Banca.

Il precedente orientamento della Corte di legittimità che aveva riconosciuto la validità del contratto stipulato con la Banca anche in assenza della firma di quest’ultima, potendo l’accettazione ricondursi “dalle manifestazioni di volontà da questa esternate ai ricorrenti nel corso del rapporto di conto corrente da cui si evidenziava la volontà di avvalersi del contratto (bastano a tal fine le comunicazione degli estratti conto) con conseguenze perfezionamento dello stesso” (così Cass. Civ., Sez. I, 22-3-2012, n. 4564; conforme Cass. Civ., Sez. VI, 7-9-2015, n. 17740) – viene disatteso dalla stessa Corte con la sentenza n. 5919 del 24 marzo 2016.

Nella prospettiva mutata della Corte di legittimità, infatti, viene smentita la possibilità che “in caso di formazione dell’accordo mediante lo scambio di distinte scritture inscindibilmente collegate, il requisito della forma scritta ad substantiam in tanto è soddisfatto, in quanto entrambe le scritture, e le corrispondenti dichiarazioni negoziali, l’una quale proposta e l’altra quale accettazione, siano formalizzate. E, insorta sul punto controversia, vale la regola generale secondo cui, con riguardo ai contratti per i quali la legge prescrive la forma scritta a pena di nullità, la loro esistenza richiede necessariamente la produzione in giudizio della relativa scrittura (Cass. 14 dicembre 2009, n. 26174)”.

In altre parole non viene meno la possibilità di definire la “formazione del contratto attraverso lo scambio di due documenti, entrambi del medesimo tenore, ciascuno sottoscritto dall’altro contraente”, bensì viene disconosciuta l’idoneità della proposta contrattuale della banca nella quale non sia rinvenibile la sottoscrizione della banca stessa (come per lo più avviene con la modulistica standard utilizzata).

La Corte osserva allora che il problema si sposta sul piano probatorio della effettiva conclusione del contratto, con le note limitazioni in tema di ammissibilità della prova per testi: “la verifica del requisito della forma scritta ad substantiam si sposta qui sul piano della prova (è la stessa banca ricorrente, del resto, a riconoscerlo), ove trova applicazione la disposizione dettata dal codice civile che consente di supplire alla mancanza dell’atto scritto nel solo caso previsto dall’articolo 2725, comma 2, c.c., che richiama l’articolo 2724, n. 3, c.c.: in base al combinato disposto di tali norme, la prova per testimoni di un contratto per la cui stipulazione è richiesta la forma scritta ad substantiam, è dunque consentita solamente nell’ipotesi in cui il contraente abbia perso senza sua colpa il documento che gli forniva la prova del contratto”.

Affrontando allora il “problema dell’anteriorità del perfezionamento del «contratto quadro»” la Corte non riconosce alcun valore alla documentazione che la Banca ha rimesso al cliente a seguito della conclusione del rapportò contrattuale in quanto, “nei contratti soggetti alla forma scritta ad substantiam, il criterio ermeneutico della valutazione del comportamento complessivo delle parti, anche posteriore alla stipulazione del contratto stesso, non può evidenziare una formazione del consenso al di fuori dello scritto medesimo (Cass. 7 giugno 2011, n. 12297)” e, quindi, la documentazione prodotta in corso di causa, pervenuta al cliente, relativamente alla esecuzione delle operazioni di investimento disposte nell’ambito del rapporto contrattuale, “non possiede i caratteri della «estrinsecazione diretta della volontà contrattuale», tale da comportare il perfezionamento del contratto, trattandosi piuttosto di documentazione predisposta e consegnata in esecuzione degli obblighi derivanti dal contratto il cui perfezionamento si intende dimostrare e, cioè, da comportamenti attuativi di esso e, in definitiva, di comportamenti concludenti che, per definizione, non possono validamente dar luogo alla stipulazione di un contratto formale”.

Cass., Sez. I, 24 marzo 2016, n. 5919 (leggi la sentenza)

Paolo Francesco Brunop.bruno@lascalaw.com

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