Regolamento di giurisdizione e Pubblica Amministrazione

Notifiche telematiche: la Cassazione corregge l’errore materiale

Con l’ordinanza n. 29749 del 15 novembre scorso, pronunciata a seguito dell’avvio di un procedimento per la correzione dell’errore materiale, la Cassazione ha emendato l’ordinanza n. 24160 del 27 settembre e confermato la validità delle notifiche telematiche effettuate agli indirizzi estratti dal registro Ini-Pec.

La questione era sorta lo scorso 8 febbraio 2019 quando la Suprema Corte, con la sentenza 3709, aveva affermato che: “Il domicilio digitale (…), corrisponde all’indirizzo PEC che ciascun avvocato ha indicato al Consiglio dell’Ordine di appartenenza e che, per il tramite di quest’ultimo, è inserito nel Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGindE) gestito dal Ministero della giustizia. Solo questo indirizzo è qualificato ai fini processuali ed idoneo a garantire l’effettiva difesa, sicché la notificazione di un atto giudiziario ad un indirizzo PEC riferibile – a seconda dei casi – alla parte personalmente o al difensore, ma diverso da quello inserito nel ReGindE, è nulla, restando del tutto irrilevante la circostanza che detto indirizzo risulti dal Registro Ini-Pec ossia dall’Indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata (INI-PEC)”, accendendo così un intenso dibattito sia interno alla Corte stessa, sia dottrinale.

Tale decisione aveva immediatamente suscitato non poche perplessità dal momento che, ai sensi dell’articolo 3 bis della L. 53/94, è possibile procedere alla notifica in proprio tramite la posta elettronica certificata qualora l’indirizzo del destinatario risulti da pubblici elenchi; ed è qui che la sentenza in parola ha un effetto deflagrante in quanto limita la validità della notificazione ai soli indirizzi PEC risultanti dal ReGindE. Si era, quindi, fin da subito ritenuto che la Suprema Corte fosse incappata in un grossolano errore, tanto che il Presidente del CNF si è determinato ad inviare una nota al Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione, nella quale si sottolineava l’erroneità della decisione per contrasto con la vigente normativa, ed i potenziali pericolosi effetti se tale orientamento fosse stato accolto da altri giudici, anche del merito.

Con due ordinanze di aprile, nn. 9893 e 9897, la Cassazione aveva già tentato di rettificare l’orientamento assunto a febbraio, ritenendo valida, in sede concorsuale, la notifica effettuata all’account Ini-Pec della società destinataria, in quanto indirizzo «pubblico informatico» che gli imprenditori hanno l’onere di attivare fin dall’iscrizione al registro della Camera di Commercio.

Purtroppo, però, con le successive ordinanze, nn. 24110 e 24160, del 27 settembre scorso, la Suprema Corte, come se nulla fosse, aveva un nuovo dietro front e, richiamandosi alla sentenza di febbraio (3709), riconfermava il principio di invalidità della notifica effettuata all’indirizzo estratto da Ini-Pec sancendo che: «In tema di notificazione a mezzo Pec, l’indirizzo del destinatario al quale va trasmessa la copia informatica dell’atto è, per i soggetti i cui recapiti sono inseriti nel ReGIndE, unicamente quello risultante da tale registro. Ne consegue la nullità della notifica eseguita presso un diverso indirizzo di posta elettronica certificata del destinatario».

Con tale obiter dictum la Corte affermava, in modo perentorio, che la notifica effettuata presso un indirizzo Pec diverso da quello contenuto nel ReGindE dovrebbe ritenersi nulla (e non meramente irregolare), per inosservanza delle disposizioni riguardanti la persona cui va consegnata la copia dell’atto. Tale regola avrebbe dovuto trovare applicazione per tutti i soggetti i cui account sono inseriti nel ReGindE rendendo valide le notifiche Pec di atti giudiziari, soltanto a quell’indirizzo contenuto nel registro generale gestito dal ministero della Giustizia, anche se il soggetto destinatario ha la disponibilità di altri recapiti di posta elettronica certificata.

Finalmente la Suprema Corte ha deciso di chiarire in modo inequivocabile la questione e, dopo aver avviato un procedimento per la correzione dell’errore materiale, con l’ordinanza n. 29749 del 15 novembre scorso, ha emendato la precedente ordinanza n. 24160, già preannunciando che lo stesso avverrà, a stretto giro, anche per la sentenza n. 3709.

L’affermazione generica della inattendibilità di quello che si definì “elenco INIPEC” – quale obiter dictum che, sebbene all’apparenza appoggiato al precedente, isolato, n. 3709 del 2019, non è suscettibile di mettere in discussione il principio, enunciato dalle S.U. n. 23620/2018 (ma, nello stesso senso, già Cass. n. 30139/2017), per cui “In materia di notificazioni al difensore, in seguito all’introduzione del “domicilio digitale”, previsto dal D.L. n. 179 del 2012, art. 16 sexies, conv. con modif. dalla L. n. 221 del 2012, come modificato dal D.L. n. 90 del 2014, conv. con modif. dalla L. n. 114 del 2014, è valida la notificazione al difensore eseguita presso l’indirizzo PEC risultante dall’albo professionale di appartenenza, in quanto corrispondente a quello inserito nel pubblico elenco di cui al D.Lgs. n. 82 del 2005, art. 6 bis, atteso che il difensore è obbligato, ai sensi di quest’ultima disposizione, a darne comunicazione al proprio ordine e quest’ultimo è obbligato ad inserirlo sia nei registri INI PEC, sia nel ReGindE, di cui al D.M. 21 febbraio 2011 n. 44, gestito dal Ministero della Giustizia” – voleva essere giustificata, in realtà, dalla rilevata non riferibilità soggettiva.

È confermato e salvato, quindi, il principio enunciato anche dalle Sezioni Unite nella precedente sentenza 23620/2018: sono senza dubbio valide le notifiche effettuate all’indirizzo di posta certificata tratto sia da Ini-Pec che da ReGindE, in quanto entrambi pubblici elenchi ai sensi dell’art. 6 bis del D.Lgs. 82/2005.

Cass., Sez. VI Civ.-3, 15 novembre 2019, n. 29749

Michela Crestani – m.crestani@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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