A volte ritornano: il conflitto di interessi dell’amministratore di società

Per il notificante la notifica dell’impugnazione è equipollente alla notifica della sentenza

Questo è il principio di diritto affermato dalla Suprema Corte di Cassazione, sez. Unite Civili con la sentenza n. 12084 depositata in data 13.06.2016.

La fattispecie esaminata dalla Corte di Cassazione trae origine da un giudizio promosso da Italservizi SrL nei confronti del Comune di Scandolara al fine di chiedere la risoluzione per inadempimento di un contratto di appalto. Accolta la domanda in primo grado, il Comune proponeva appello, notificando l’atto alla società nonostante la stessa fosse stata dichiarata fallita. Detto giudizio veniva abbandonato e il Comune riproponeva l’impugnazione, questa volta notificando l’appello al procuratore della società e al curatore del fallimento. La Corte d’appello adita, in accoglimento dell’eccezione preliminare sollevata dall’appellata, dichiarava tardivo l’appello in quanto il termine breve di cui all’art. 325 c.p.c. risultava decorso dalla notificazione del primo atto di appello. Il Comune si rivolgeva, quindi, alla Corte di Cassazione e il ricorso veniva assegnato alle Sezioni Unite.

Il predetto principio di diritto ribadito dalle Sezioni Unite della Cassazione, è da sempre  fortemente criticato dalla dottrina per tre ordini di motivi: a) ai fini del decorso dei termini di impugnazione, la notificazione della sentenza non avrebbe equipollenti; b) la conoscenza effettiva della sentenza che la parte ottenga in un modo che non sia quello della notificazione o della pubblicazione dovrebbe rimanere irrilevante; c) la recente riduzione da un anno a sei mesi del c.d. termine lungo (di decadenza) per proporre le impugnazioni avrebbe fatto venir meno il “temuto pregiudizio per la celerità dei procedimento”, derivante dal negare la decorrenza del termine per impugnare coincidente con la notifica della prima impugnazione.

Orbene, secondo quanto sostenuto dalla Suprema Corte nessuno dei motivi indicati dalla dottrina a sostegno della propria tesi sarebbe determinante, in quanto la ratio del principio in esame risiederebbe sulla esigenza di far formare il giudicato contemporaneamente per tutte le parti nonché di voler stimolare l’esercizio del potere di impugnazione al fine di accelerare la formazione del giudicato.

Pertanto, ciò che emerge dal principio esposto dalla Suprema Corte non è solo il pur indispensabile presupposto della conoscenza della sentenza, ma è soprattutto la volontà di accelerare la fine del processo.

A supporto della tesi tradizionale ribadita dalla Cassazione vi sono alcuni dei principi cardine del nostro ordinamento:1) il principio di parità delle armi con riferimento alle disparità che si creerebbero in danno degli appellati, costretti a reagire sollecitamente alla prima impugnazione e poi esposti ai ripensamenti e alle riproposizioni dei gravami nel termine lungo; 2) il principio del giusto processo  in relazione alla ragionevole durata del processo; 3) il principio della certezza del diritto, in forza del quale come precisato dalla Suprema Corte  anche se non esiste nel nostro sistema processuale una norma che imponga la regola dello “stare decisis”, essa costituisce tuttavia un punto cardine dell’ordinamento, in virtù del quale non è consentito discostarsi da un’interpretazione del giudice di legittimità senza forti ed apprezzabili ragioni giustificative.

30 giugno 2016

Arianna Corsaroa.corsaro@lascalaw.com

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