legittimazione passiva

Normativa a cavallo e salto dell’inadempimento

I principi confermati dalla Corte d’Appello di Milano (nella sentenza n. 3082/2019), oltreché condivisibili, paiono replicabili rispetto alle valutazioni di merito nella condotta tenuta dagli intermediari, sia nel passaggio tra disciplina dettata dal Regolamento Consob n. 11522/1998 e Regolamento Consob n. 16190/2007, sia nella portata applicativa delle previsioni seguenti con riguardo all’informativa dovuta in esecuzione di operazioni di investimento/disinvestimento.

Dopo un primo grado sfavorevole dinnanzi al Tribunale di Milano, gli investitori impugnano la decisione (sentenza n. 6976/2018) e ne invocano la riforma per una serie eterogenea di ragioni.

Tra i motivi proposti spiccano quelli relativi all’operato dell’intermediario finanziario nel momento di passaggio tra “vecchia” e “nuova” disciplina, con riguardo alle acquisizioni delle informazioni dei clienti, nonché una censura con riguardo alla somministrazione delle informazioni in concreto relativamente ad un investimento speculativo.

Esaminando l’impianto normativo sopravvenuto, con riferimento alle modalità di acquisizione delle informazioni dalla clientela, il Collegio di secondo grado osserva che “la direttiva MIFID, la successiva direttiva 2006/73/CE, il regolamento Consob o il TUF non impongono all’intermediario specifiche modalità per la richiesta di informazioni, né richiedono che l’obbligo di profilatura debba essere adempiuto per iscritto. Infatti, la normativa appena richiamata obbliga l’intermediario soltanto a “ottenere le informazioni necessarie” (art. 19 MIFID; art. 39 reg. Consob 16190/2007), lasciando dunque libertà circa le modalità attraverso cui addivenire al possesso delle informazioni. Al riguardo, il criterio per vagliare l’idoneità del mezzo scelto per ottenere le informazioni è quello della sua funzionalità rispetto lo scopo di rendere l’operatore “in grado di raccomandare i servizi di investimento e gli strumenti finanziari adatti al cliente o al potenziale cliente” (art. 19 MIFID e art. 39 reg. Consob 16190/2007). Ne deriva che sia la sottoposizione di un questionario o simili al cliente, sia il ricorso all’esperienza maturata in costanza del rapporto di intermediazione possono astrattamente risultare idonei a ritenere rispettata la know your customer rule delineata dalla normativa”.

Ricorda peraltro il Giudice d’appello che il termine entro cui l’intermediario avrebbe dovuto aggiornare i profili degli investitori (scadenza fissata al 30 giugno 2008, ai sensi dell’art. 113 del Regolamento n. 16190) è previsto per “una serie di informazioni che l’intermediario deve fornire al cliente (artt. 29-32; art. 35, comma 2, art. 46, art. 52, comma 1, art. 61), ma non per l’acquisizione dal cliente di quelle di cui all’art. 39 (informazione dai clienti nei servizi di consulenza in materia di investimenti e di gestione di portafogli)”.

Quanto alla informativa precontrattuale, il Collegio sottolinea come la somministrazione in concreto delle informazioni non possa prescindere dalla conoscenza che il cliente ha o ha dichiarato di possedere, giacché “sarebbe erroneo dedurne la conseguenza dell’irrilevanza delle caratteristiche concrete del cliente: al contrario, l’art. 31 del reg. Consob 16190/2007, che specifica l’art. 21, comma 1, lettera b) TUF, prescrive che “la descrizione illustra le caratteristiche del tipo specifico di strumento interessato, nonché i rischi propri di tale tipo di strumento, in modo sufficientemente dettagliato da consentire al cliente di adottare decisioni di investimento informate””.

Corte d’Appello di Milano, 10 luglio 2019, n. 3082

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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