L’illecito extracontrattuale negli investimenti

No rapporto, no risarcimento

Diverse sentenze di merito (si veda tra le tante e la più recente, Tribunale di Marsala, 16 febbraio 2019, n. 232) hanno avuto modo di pronunciarsi sul delicato tema della responsabilità dell’intermediario finanziario rispetto all’operato di un soggetto terzo che, spacciatosi per agente dello stesso, compiva poi malversazioni in danno dei clienti.

La questione, al di là dei diversi profili di responsabilità, pone in luce il dibattito della responsabilità dell’intermediario stesso, rispetto a condotte poste in danno del cliente da parte di un soggetto estraneo all’intermediario stesso.

Elemento centrale della questione peraltro era la stipulazione di un contratto di consulenza tra l’investitore ed il consulente che, spacciatosi per agente dell’intermediario, apriva rapporti contrattuali su cui la cliente faceva confluire somme per l’esecuzione di operazioni di investimento. Successivamente, non esistendo evidentemente rapporto tra il consulente e l’intermediario, la cliente consegnava al proprio incaricato tutti i mezzi per accedere ai rapporti on line.

Dopo diverso tempo, la cliente veniva a conoscenza di rilevanti perdite patrimoniali ed agiva nei confronti dell’intermediario, assumendo la responsabilità dello stesso anche ai sensi dell’art. 2049 c.c. ed art. 31 TUF.

In seguito anche ad accertamenti peritali disposti dal Tribunale adito, si ha il rigetto delle domande della attrice sulla scorta di due valutazioni compiute dal Giudice adito: la prima pertiene al rilievo per cui il rapporto contrattuale esistente tra l’investitore ed il consulente esclude di per sé la sussistenza di un nesso causale nell’operato dell’intermediario; la seconda, invece, pone al centro la condotta assolutamente negligente (e legata evidentemente al primo aspetto) per cui la consegna delle credenziali di accesso rappresentavano una violazione palese delle regole di condotta (contrattualizzate tra le parti) e di legge (Dlgs n. 11/2010).

Quanto al primo aspetto allora resta indimostrato (o meglio, è pacifico) che non esistesse alcun rapporto tra consulente ed intermediario, non avendo nemmeno l’attrice dimostrato alcunché sul punto.

Quanto al secondo aspetto di rilievo, richiamando così i tralatizi insegnamenti della Suprema Corte, il Giudice di merito osserva che “proprio il Supremo Collegio, Cass. civ. Sez. I, 10/11/2015, n. 22956, pone in rilievo che, se di regola il comportamento doloso del preposto, anche costituente illecito penale, non interrompe il nesso causale fra l’esercizio delle incombenze e il danno, ciò tuttavia non esclude che, come in altre occasioni da questa Corte ritenuto (cfr. Cass. 4 marzo 2014, n. 5020 e 13 dicembre 2013, n. 27925, con riguardo rispettivamente ad ipotesi in cui l’investitore aveva intenzionalmente comunicato al promotore i codici di accesso al proprio conto corrente ed in cui il consulente finanziario operava in borsa per conto dei propri clienti senza alcun vincolo di mandato; nonché 24 marzo 2011, n. 6829), date circostanze, che spetta al giudice del merito insindacabilmente accertare, possono integrare la prova della assoluta estraneità della banca al fatto del promotore, tale da interrompere quel nesso di causalità e da mandare la banca indenne da responsabilità: ciò accade, in particolare, quando la condotta del risparmiatore presenti connotati di “anomalia”, vale a dire, se non di collusione, quanto meno di consapevole e fattiva acquiescenza alla violazione delle regole gravanti sul promotore. Nella specie, era stata esclusa la responsabilità dell’intermediario, considerando, da un lato, l’esistenza del predetto accordo fra l’investitore ed il dipendente bancario volto a consentire a quest’ultimo una larghissima autonomia operativa, e, dall’altro lato, l’assoluta estraneità della banca al fatto del dipendente, onde le perdite risultanti all’esito delle numerosissime operazioni finanziarie derivarono proprio dalla condotta posta in essere dagli stessi investitori”.

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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