Vado a stare da papà

No all’impugnabilità della sospensione provvisoria degli incontri genitore – figlio

La I Sezione Civile della Suprema Corte, con una recentissima ordinanza, ha stabilito l’interessante principio secondo il quale il provvedimento provvisorio che autorizza i servizi sociali a sospendere gli incontri tra madre e figlio non riveste in alcun modo gli effetti del giudicato e, pertanto, non può essere impugnato presso la Suprema Corte ai sensi dell’art. 111 della Costituzione.

La pronuncia ha messo la parola fine ad una questione originata da un decreto di rigetto della Corte di Appello di Torino, emesso a seguito del ricorso proposto da una madre avverso l’originario decreto del Tribunale per i minorenni di Torino con cui questo, decidendo in via provvisoria, aveva autorizzato i servizi sociali a sospendere gli incontri tra madre e figlio con espresso divieto alla donna di frequentare e avvicinarsi ai luoghi frequentati dal figlio, sino a quando la stessa non avesse instaurato un rapporto di effettiva collaborazione con un Centro di Salute Mentale e Neuropsichiatria Infantile e sino all’espletamento di apposita attività istruttoria da parte del giudice incaricato.

La Corte d’Appello, oltre a rilevare che gran parte del reclamo era fondato su errate valutazioni di merito in ordine alla consulenza tecnica psicologica, aveva affermato che il ricorso del Pubblico Ministero evidenziava che anche i rapporti in luogo neutrale erano fonte di profonda sofferenza per il bambino, spaventato dai comportamenti della madre e dalle modalità con le quali la stessa si rapportava con gli estranei, invadendo tutti gli spazi del minore.

Oltre a tali comportamenti, peraltro, la madre aveva esternato sui social network pesanti critiche nei confronti di tutti coloro che a qualsiasi titolo si erano occupati della sua situazione familiare aggravando di fatto la propria posizione.

Pertanto, secondo la Corte territoriale, il provvedimento assunto in attesa della decisione sul ricorso del Pubblico Ministero di decadenza della responsabilità genitoriale era teso a salvaguardare medio tempore la serenità del minore e non era accoglibile l’istanza di audizione dello stesso, in quanto trattavasi di un reclamo contro un provvedimento meramente provvisorio e temporaneo, in attesa di ulteriore e mirata fase istruttoria.
La madre proponeva quindi ricorso per Cassazione sostenendo la violazione dell’articolo 111 della Costituzione, nonché di alcuni articoli della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e delle Convenzioni di New York e di Strasburgo. La ricorrente evidenziava in particolare la violazione del diritto alla bigenitorialità sostenendo la necessità di tenere conto del modo con cui i genitori avessero precedentemente svolto i propri compiti e delle rispettive capacità di relazione affettiva, comprensione, attenzione, educazione e disponibilità ad un assiduo rapporto. Sul punto affermava come la Corte d’Appello non avesse dato adeguata attenzione alla certificazione dell’azienda sanitaria locale competente nella quale lo specialista sanciva una completa capacità mentale della madre senza necessità di instaurare un percorso di recupero, nonché alle plurime relazioni peritali effettuate ed al percorso educativo di sostegno alla genitorialità seguito presso un centro per le famiglie, circostanza neppure considerata dal Giudice di merito. Infine, lamentava il fatto che la Corte non avesse proceduto all’ascolto del minore capace di discernimento, rigettando la relativa richiesta.

La Suprema Corte, tuttavia, ha ritenuto di dichiarare il ricorso inammissibile in quanto il provvedimento che dispone il momentaneo divieto di visita tra genitore e figlio non riveste il carattere di giudicato trattandosi di un provvedimento emesso in via provvisoria e privo del carattere di definitività in quanto suscettibile di modifiche anche da parte dell’emittente, con conseguente impossibilità di impugnazione ai sensi dell’articolo 111 della Costituzione. Secondo la Suprema Corte, infatti, essa era stata chiamata a valutare se anche nei provvedimenti de potestate pronunciati in via provvisoria fosse configurabile una preclusione da cosa giudicata e se di conseguenza nei loro confronti fosse ammesso il ricorso per Cassazione ai sensi dell’articolo 111, comma settimo, della Costituzione.

La decisione della Suprema Corte ha ricalcato in toto il proprio consolidato orientamento secondo il quale il provvedimento giurisdizionale avverso il quale è sempre ammesso il ricorso in Cassazione, a prescindere dalla sua tipologia, va interpretato in senso sostanziale come provvedimento decisorio che abbia carattere di definitività, ovvero che pronunci irrevocabilmente e senza possibilità di impugnazione su diritti soggettivi, caratteristiche non presenti nel decreto della Corte di Appello e in quello originario del Tribunale, che non rivestono carattere di definitività e sono suscettibili di modifica in qualsiasi momento.

Secondo la Suprema Corte, deve quindi negarsi carattere di decisorietà e di definitività del provvedimento impugnato, in quanto assunto in via provvisoria, sia perché tale decreto non ha l’attitudine ad incidere su diritti soggettivi con efficacia di giudicato trattandosi di provvedimento che non contiene un accertamento di merito sull’esistenza dei presupposti della decadenza dalla potestà genitoriale, sia perché non è stato emesso a conclusione del procedimento e potrà essere revocato, modificato o riformato dallo stesso giudice che lo ha emesso, anche in assenza di nuovi elementi sopravvenuti.

Conclude pertanto la Corte diversificando il provvedimento impugnato dal decreto con il quale si dispone la decadenza o la limitazione della responsabilità genitoriale, che non è né revocabile né modificabile, se non per la sopravvenienza di fatti nuovi e che quindi è impugnabile con il ricorso per cassazione.

Cass., Sez. I, Ord., 16 dicembre 2020, n. 28724

Simona Longoni – s.longoni@lascalaw.com

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