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No all’abuso del processo, sì alla condanna per danno punitivo!

“Ai fini della condanna ex art. 96 terzo comma c.p.c. può costituire abuso del diritto all’impugnazione la proposizione di un ricorso per Cassazione basato su motivi manifestamente incoerenti con il contenuto della sentenza impugnata, o completamente privo di autosufficienza oppure contenente una mera complessiva richiesta di rivalutazione nel merito della controversia, oppure fondato sulla deduzione del vizio di cui all’art 360 c.p.c. ove sia applicabile, ratione temporis, l’art 348 ter ultimo comma c.p.c. che ne esclude la invocabilità.”

Questo l’assunto della Suprema Corte di Cassazione che, con la decisione in commento, ha dichiarato manifestamente inammissibile un ricorso avente ad oggetto la richiesta di risarcimento danni e, riconosciuta la sussistenza dei presupposti dell’abuso del processo di cui all’art. 96 c.p.c., ha condannato parte ricorrente al pagamento di una somma equitativamente determinata a titolo di lite temeraria.

Gli Ermellini hanno ritenuto le motivazioni avanzate da parte ricorrente “confuse ed inestricabilmente combinate” nonché carenti di specificità ed hanno rilevato come nella parte motiva il ricorrente si fosse limitato a mescolare tutti i fatti già esaminati dal Tribunale, in tal modo tentando di mascherare la richiesta di un terzo grado di giudizio che, come noto, non è ammesso nel nostro ordinamento giuridico.

La Corte, dopo una disamina circa quanto enunciato dalla giurisprudenza di legittimità in relazione alla necessità di contenere il fenomeno dell’abuso del processo ha chiarito che “la condanna ex art. 96 comma 3 c.p.c., applicabile d’ufficio in tutti i casi di soccombenza, configura una sanzione di carattere pubblicistico autonoma ed indipendente rispetto alle ipotesi di responsabilità aggravata ex art. 96 commi 1 e 2 c.p.c. e con queste cumulabile, volta al contenimento dell’abuso dello strumento processuale.”

Ha precisato inoltre che può costituire abuso del diritto all’impugnazione la proposizione di un ricorso per cassazione basato su motivi manifestamente incoerenti con il contenuto della sentenza, privo di autosufficienza o contenente una mera richiesta di rivalutazione nel merito della controversia.

In siffatte ipotesi, secondo la Suprema Corte, il ricorso per Cassazione integra uno sviamento del sistema giurisdizionale in quanto “destinato soltanto ad aumentare il volume del contenzioso e, conseguentemente, ad ostacolare la ragionevole durata dei processi pendenti ed il corretto impiego delle risorse necessarie per il buon andamento della giurisdizione”.

La Corte, sul punto, ha altresì precisato che il sistema giurisdizionale può talvolta assumere una funzione di deterrenza o una funziona sanzionatoria e che non è ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto, di origine statunitense, dei Punitive Damages.

La Suprema Corte ha così dimostrato, nelle ipotesi in cui si addivenga ad un utilizzo distorto della tutela giurisdizionale, un’apertura al c.d. istituto dei “danni punitivi”, forme di risarcimento aggiuntive di carattere sanzionatorio tipiche degli ordinamenti di common law che consente agli organi giudicanti di condannare il danneggiante al pagamento di una somma di denaro supplementare in favore del danneggiato in considerazione del particolare disvalore della causa promossa.

Alla luce di tali considerazioni , la Corte ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso e condannato parte ricorrente, ai sensi dell’art. 96 ultimo comma c.p.c., al pagamento in favore della controparte, oltre alle spese di lite, al pagamento pari alla metà dei compensi liquidati in relazione al valore della causa.

Cass., ordinanza 25 giugno 2019, n. 16898

Maria Beatrice Petralia – b.petralia@lascalaw.com

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