Credito Al Consumo

No al reato di appropriazione indebita, ma soltanto illecito civile, nel caso del datore di lavoro che non versa il quinto dello stipendio

Cass. Pen., 25 maggio 2011, Sez. Un., n. 37954

Massima: “Non integra il reato di appropriazione indebita, ma mero illecito civile, la condotta del datore di lavoro che ha omesso di versare al cessionario la quota di retribuzione dovuta al lavoratore e da questo ceduta al terzo. (La Suprema Corte ha precisato che la regola dell’acquisizione per confusione del denaro e delle cose fungibili nel patrimonio di colui che le riceve non opera ai fini della nozione di «altruità» accolta nell’art. 646 del Cp, e che può essere ritenuto responsabile di appropriazione indebita colui che, avendo ricevuto una somma di denaro o altro bene fungibile per eseguire, o in esecuzione, di un impegno vincolato, se ne appropri, dandogli destinazione diversa e incompatibile con quella dovuta, mentre non potrà ritenersi responsabile di appropriazione indebita colui che non adempia obbligazioni pecuniarie cui avrebbe dovuto far fronte con quote del proprio patrimonio non conferite e vincolate a tale scopo)” (leggi la sentenza per esteso)

Nel contesto dell’attività svolta dallo studio si rinvengono spesso ipotesi in cui, nell’ambito di contratti di prestito contro cessione del quinto dello stipendio, il datore di lavoro, pur effettuando la regolare trattenuta al proprio dipendente, non effettui poi il successivo versamento delle stesse in favore del creditore terzo. Su tale fronte si registrano notevoli occasioni di dibattito giurisprudenziale, non sempre univoco, non ultimo l’intervento delle Sezioni Unite Penali della Suprema Corte di Cassazione.

Il caso. Il legale rappresentante di una società a responsabilità limitata omette di effettuare i dovuti versamenti, di cui alle trattenute sulla busta paga, dovute da una sua dipendente ad un istituto finanziario che aveva a questa erogato un finanziamento sotto forma di cessione del quinto della retribuzione percepita, giusta contratto di cessione pro solvendo regolarmente portato a conoscenza del datore nelle forme di legge. Frutto di tale omissione è un decreto ingiuntivo che la società terza ottiene a carico della dipendente. Instaurato successivamente un giudizio nei confronti del datore di lavoro, quest’ultimo viene condannato, sia in primo che in secondo grado, ai sensi dell’art. 646 c.p., ovvero per aver posto in essere una condotta ascrivibile in termini di appropriazione indebita. Con ricorso in Cassazione, invece, il datore di lavoro denuncia la mancanza nel caso di specie del requisito dell”altruità” del denaro presuntivamente appropriato, a favore dell’inquadramento della vertenza in termini di mera inadempienza.

Come sopra anticipato, l’argomento in questione appare di notevole interesse se si considera il contrasto giurisprudenziale che si è registrato nel tempo.

Precedenti si rinvengono soprattutto in relazione alle trattenute di legge operate sulle retribuzioni di tutte quelle somme che vanno corrisposte ad Enti vari, a titolo contributivo e/o previdenziale – assicurativo, e che qualora non versate dai datori di lavoro comportano, per l’ormai costante orientamento, un semplice illecito amministrativo e non una fattispecie di rilievo penale(emblematica Cass. Pen. Sez. Unite, 19.1.2005, n. 1327, Li Calzi). 

E’ la corretta interpretazione del concetto di “altruità”, e conseguentemente quella di “possesso”, a suscitare tanti dubbi nelle ipotesi, particolarmente frequenti, di datori di lavoro che trattengono di fatto somme, dalle retribuzioni erogate ai propri dipendenti, che andrebbero invece versate a terzi a vario titolo, chiarendo in particolare la differenza concettuale di tali termini nelle due rispettive branche del diritto, civile e penale. 

A prescindere, in sostanza, dalla natura della trattenuta, sia essa operata ex lege che su disposizione volontaria del lavoratore, la quota di retribuzione da questa rappresentata non può ritenersi già entrata nel patrimonio del lavoratore prima di essere uscita di fatto da quello del datore di lavoro, ragione per cui il reato di appropriazione indebita non è configurabile in fattispecie, ma più correttamente debba parlarsi di inadempimento, nel senso civilistico del termine, essendo il datore di lavoro qualificabile come possessore ab origine  delle predette somme, e non ab estrinseco  il che consentirebbe di affermare che le somme trattenute rimarrebbero nella proprietà altrui.

(Barbara Giuffrè – b.giuffre@lascalaw.com)

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