Il gioco delle parti nella verifica dei crediti

Nessun termine annuale per i crediti sorti durante la procedura

Il termine annuale dalla dichiarazione di esecutività del primo stato passivo, previsto dall’articolo 101 della Legge Fallimentare, non può trovare applicazione nel caso di crediti sorti nel corso della procedura.

La Suprema Corte è tornata ad esprimersi in merito ai termini di decadenza per la proposizione delle domande di ammissione al passivo dei crediti sorti nell’ambito di procedure concorsuali.

Il caso è quello di una Società in Amministrazione Straordinaria, con la quale il ricorrente aveva stipulato un contratto di fornitura. Il Giudice dell’opposizione aveva rilevato che la domanda di ammissione, presentata oltre un anno dopo il termine dei rapporti commerciali tra le due Società, non potesse trovare accoglimento, in quanto successiva al termine imposto dalla Legge per il deposito delle domande di ammissione al passivo. Come noto, infatti, nell’ambito del procedimento di verifica dei crediti (cui rinvia l’articolo 53, D.Lgs. 270/1999 per la procedura di Amministrazione Straordinaria della Grandi imprese in Crisi), l’articolo 101 l.f. prevede che le domande di ammissione tardive possano essere depositate entro un anno, a partire dalla dichiarazione di esecutività del primo stato passivo.

Successivamente, potranno essere accolte solo qualora il ritardo nella loro proposizione non sia imputabile al creditore istante. Sarebbe diverso, secondo la Cassazione, il caso dei crediti sorti nel corso della procedura, disciplinati dall’articolo 111bis, comma 4, l.f., che – per la loro natura prededucibile – possono trovare soddisfazione al di fuori dal riparto. Per tali crediti, continua la Corte “secondo il principio al quale viene data continuità, l’insinuazione al passivo […] non è soggetta al termine di decadenza previsto dalla L. Fall., art. 101, comma 1”.

La Sentenza in commento fa, poi, esplicito rinvio alla precedente pronuncia della medesima Cassazione del 31 luglio 2015, n. 16218, la cui lettura appare utile per meglio comprendere le ragioni della decisione: tutelare il creditore che acconsente a contrarre crediti nei confronti di una società insolvente che, tra l’altro sarà sottoposto al rischio di non vedersi integralmente soddisfatto, soprattutto qualora la procedura sia già in una fase avanzata e man mano che le risorse di cui essa dispone iniziano a diminuire.

Una buona notizia, insomma, per tutti quei creditori, spesso professionisti, che si trovano ad avere rapporti commerciali o ad assistere società non più in bonis.

Cass., Sez. I Civ., 18 gennaio 2019, n. 1391

Sacha Loforese – s.loforese@lascalaw.com

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