Polizza Linked, tra normativa applicabile ed onere dell’attore in giudizio

Nesso causale e profilo finanziario dell’investitore

La Suprema Corte è tornata a pronunciarsi in merito al nesso causale nei servizi di investimento (Cass. Civ., Sez. I, 11-04-2016, n. 7067) affermando come elementi centrali per la ricostruzione della causalità tra danno e inadempimento siano il profilo del cliente e la sua esperienza finanziaria.

Due investitori convenivano in giudizio un intermediario finanziario lamentando la nullità del contratto di negoziazione in valori mobiliari (stipulato nel 1994) e l’inadempimento degli obblighi informativi in riferimento all’acquisto di obbligazioni emesse dalla Repubblica Argentina.

In particolare, gli investitori sostenevano che il contratto di negoziazione fosse nullo per omessa rinnovazione e che la banca, in sede di acquisto, avrebbe dovuto informarli in merito alle caratteristiche dell’investimento e al rischio di default. La banca, costituitasi in giudizio, resisteva alle domande attoree.

Il Tribunale, con sentenza del 17.10.2007, respingeva integralmente le domande degli attori in quanto infondate e la Corte di Appello, investita della questione, confermava quanto statuito dal giudice di primo grado rilevando (i) che l’obbligo di rinnovazione dei contratti di negoziazione fosse disciplina successiva e, dunque, non applicabile agli acquisti oggetto di causa in quanto precedenti all’entrata in vigore della normativa Mifid nonché (ii) che i titoli argentini sino al marzo 2001 presentavano un rischio moderato e, pertanto, l’attitudine degli attori alla ricerca di rendimenti elevati e la loro pregressa esperienza (anche lavorativa) nel settore bancario – finanziario escludeva (di per sé) il nesso causale tra danno e inadempimento.

Gli investitori, pertanto, presentavano ricorso in Cassazione lamentando, oltre alla violazione della disciplina dettata in tema di rinnovazione del contratto quadro, quella relativa all’art. 23 TUF.

La Suprema Corte, in primo luogo, ha escluso la nullità del contratto quadro in quanto “l’obbligo di rinnovazione del contratto è stato introdotto solo nel 2004 con la direttiva Mifid, si osserva che lo ius supervenines del Testo unico sull’intermediazione finanziaria, pur modificando in parte i presupposti e i requisiti anche formali del contratto quadro, non per questo ha caducato i contratti regolarmente stipulati nel vigore della L. n. 1/1991”.

Ciò premesso, in riferimento al nesso causale, la Corte ha ripercorso la sentenza d’appello al fine di ricostruire il profilo di investimento dei ricorrenti: “La Corte territoriale ha escluso la violazione degli obblighi di informazione, tenuto conto che i clienti della banca avevano già acquistato titoli della Repubblica Argentina ad alto rendimento e per un importo consistente, ed inoltre eseguito molteplici investimenti in obbligazioni emesse da Stati emergenti, come il Messico, e perfino in valute estere di non comune utilizzazione, quale il RAND sudafricano e il dollaro australiano. Pertanto, potevano considerarsi presuntivamente propensi ad un rischio che all’epoca non appariva qualitativamente diverso da quello già affrontato in similari investimenti”.

La Corte, ferma la circostanza (oggettiva) appena richiamata, ha poi affermato che: “essa va rivalutata alla luce del concorrete rilievo, di maggior peso specifico, che il sig. […] non poteva essere qualificato cliente sprovvisto di cognizioni in materia finanziaria, avendo già ricoperto cariche non meramente esecutive, ed anzi dirigenziali, all’interno di istituti bancari”.

Proseguendo su tali premesse la Suprema Corte ha quindi rigettato il ricorso per assenza di prova del nesso di causalità, in quanto: “Sulla base di queste due circostanze, oggettiva e soggettiva, appare dunque immune da vizi logici la conclusione tratta in sentenza, secondo cui il difetto di una specifica informazione – che, del resto, all’epoca dell’acquisto non avrebbe messo in rilievo una particolare rischiosità dell’operazione – non era in rapporto di causalità con il danno subito. […] la Corte d’Appello ha positivamente desunto da presunzioni semplici l’irrilevanza, nella specie, della violazione degli obblighi di informazione, essendo la parte acquirente in grado di apprezzare, in virtù dello specifico profilo delle competenze professionali del sig. […], il grado di rischio connesso all’ordine di acquisto”.

In sintesi: il nesso causale tra danno e inadempimento degli obblighi informativi deve essere valutato avuto riguardo al profilo di rischio e all’esperienza finanziaria dei clienti, in quanto l’investitore avente un certo grado di conoscenza finanziaria (in forza dei precedenti acquisti oppure per motivi di lavoro/professionali) non può lamentare l’inadempimento informativo della banca laddove i prodotti contestati siano similari ad altri già detenuti in portafoglio o, comunque, conosciuti per sua esperienza diretta.

Cass. Civ., Sez. I, 11 aprile 2016, n. 7067 (leggi la sentenza)

20 aprile 2016

Carlo Giambalvo Zilli c.zilli@lascalaw.com

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