Polizza Linked, tra normativa applicabile ed onere dell’attore in giudizio

Nesso causale, danno ed eccezioni: una difesa non sempre “tradita”

La Suprema Corte – con una lunga ed articolata decisione riguardante una vicenda di c.d. “risparmio tradito” (sentenza n. 7905 del 17 aprile 2020) – ha posto sotto la propria attenzione, in una valutazione organica e sistematica, dibattute questioni riguardanti l’onere della prova, le difese delle parti e la rilevabilità d’ufficio di alcune eccezioni.

Punto iniziale di partenza e di rilevante importanza è quello inerente la valutazione e prova del nesso causale tra inadempimento informativo e danno, giacché la Corte d’Appello di Firenze, dopo aver accertato l’inadempimento informativo dell’intermediario con riguardo alla negoziazione di prestiti obbligazionari poi non rimborsati (ovviamente per default dell’emittente),  aveva escluso la sussistenza del nesso causa in ragione di un profilo di rischio elevato (dimostrato dagli investitori con riferimento alle proprie scelte di investimento).

La Corte di legittimità ritiene che quell’elemento non possa costituire di per sé elemento di segno contrario rispetto alla presunzione di sussistenza del nesso causale: “Tale condotta omissiva, pertanto, viene considerata normalmente idonea a cagionare il pregiudizio lamentato dall’investitore, il che, tuttavia, non esclude la possibilità di una prova contraria da parte dell’intermediario circa la sussistenza di sopravvenienze capaci di deviare il corso della catena causale derivante dall’asimmetria informativa (Sez. 1, n. 3914 del 16/02/2018, Rv. 647234-01). Vale a dire: è pur vero che in tema di risarcimento del danno per la perdita del capitale investito dovuta all’acquisto di un prodotto finanziario, mentre grava sull’intermediario l’onere di provare, D.Lgs. n. 58 del 1998, ex art. 23, di aver adempiuto positivamente agli obblighi informativi relativi non solo alle caratteristiche specifiche dell’investimento, ma anche al grado effettivo di rischiosità, incombe invece sull’investitore l’onere di provare, sia pur anche in via presuntiva, il nesso causale tra l’inadempimento dell’obbligazione informativa specificamente allegata e il danno, nonché il pregiudizio patrimoniale dovuto all’investimento eseguito”.

La ‘prova contraria’ in relazione alla sussistenza del nesso (prova diretta, seppur in via presuntiva, che permane in capo all’investitore) può essere offerta dall’intermediario che “dimostri, sulla base di elementi univocamente concludenti, che il cliente, pur avendo ricevuto la specifica informazione omessa, avrebbe confermato comunque la scelta”.

Due aspetti, però, meritano d’esser menzionati ed attenzionati, giacché su tali aspetti il dibattito non è mai stato univoco: da un lato, vi è la valutazione della riduzione del danno e, dall’altro lato, la questione relativa al concorso di colpa dell’investitore.

Innanzitutto, la Suprema Corte affronta il tema della valutazione del danno sotto il profilo della compensazione delle utilità percepite dal cliente, spiegando le ragioni giuridiche comunque connesse alla necessità di esame da parte del Giudice di merito, anche nel caso in cui una “eccezione” in senso stretto non sia stata formulata dall’intermediario finanziario in sede di costituzione in giudizio.

Processualmente, dopo una profonda riflessione riguardo al potere di “allegazione” e “rilevazione”, il Collegio osserva che “l’eccezione di compensatio lucri cum damno è perciò considerata dalla giurisprudenza di questa Corte come un’eccezione in senso lato, che attiene all’esatta entità globale del pregiudizio effettivamente patito dal danneggiato, ed è, come tale, rilevabile d’ufficio dal giudice, il quale, per determinarne l’esatta misura del danno risarcibile, può fare riferimento, per il principio dell’acquisizione della prova, a tutte le risultanze del giudizio (Sez. 6-3, n. 20111 del 24/09/2014, Rv. 632976-01; Sez. 3, n. 533 del 14/01/2014, Rv. 629728-01)”.

In seguito, andando anche oltre alle ragioni ed alla lettura della decisione impugnata, il Collegio osserva che, dal punto di vista risarcitorio, per l’applicazione del concorso di colpa dell’investitore (art. 1227 cod. civ.) occorre fare attenzione al fatto che “l’investitore danneggiato da un acquisto di titoli obbligazionari che hanno perso completamente valore per l’insolvenza dell’emittente non può pretendere il risarcimento anche di quei danni che avrebbe potuto evitare con l’ordinaria diligenza accettando in luogo delle obbligazioni prive di valore titoli azionari e diritti relativi dotati di una, sia pur molto più modesta, quotazione di mercato”.

Cass., Sez. I, 17 aprile 2020, n. 7905

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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