Simul stabunt simul cadent: recenti pronunce

Nelle società di persone l’apporto del socio d’opera costituisce conferimento di patrimonio

Il decreto in esame ha affrontato la problematica inerente alla necessità che il conferimento di opera o di servizi nelle società di persone debba essere o meno “capitalizzato”, sancendo che in tale tipologia societaria i conferimenti dei soci d’opera devono essere qualificati come conferimenti di patrimonio e non di capitale.

Deve preliminarmente essere rilevato che nelle società di persone la possibilità per i soci di conferire quanto necessario per il perseguimento dell’oggetto sociale trova la sua massima espressione, non essendo imposti dall’ordinamento i vincoli o i divieti previsti per le società di capitali.

È certo che i soci di società personali possano conferire la propria opera o i propri servizi: tale possibilità è, infatti, esplicitamente prevista dal legislatore attraverso una pluralità di norme. Tra di esse è doveroso citare l’art. 2295 c.c., il quale dispone che l’atto costitutivo deve prevedere, distintamente, i conferimenti di ciascun socio, il valore ad essi attribuito ed il modo di valutazione (n. 6) e le prestazioni a cui sono obbligati i soci d’opera (n. 7).

Ammessa dunque pacificamente la possibilità per i soci di conferire la propria opera, occorre esaminare se tali apporti costituiscano conferimenti di capitale, quindi da imputare a capitale, oppure conferimenti di patrimonio, come tali non imputabili a capitale.

Il Tribunale di Roma ha ritenuto di aderire all’orientamento che attribuisce al capitale sociale una preminente funzione di garanzia nei confronti dei terzi che contrattano con la società e che conseguentemente qualifica tali conferimenti come conferimenti di patrimonio poiché, pur costituendo entità utili per il perseguimento dell’oggetto sociale, essi non sono idonei alla garanzia dei creditori sociali.

Ciò in quanto la loro capitalizzazione, da un lato, falserebbe la redditività dell’impresa e, dall’altro, non garantirebbe l’eventuale soddisfacimento dei creditori sociali in caso di escussione del patrimonio sociale: infatti, tali apporti, consistendo in servizi o prestazioni lavorative o comunque di fare, non sarebbero suscettibili di espropriazione forzata.

La dottrina sul punto ha osservato che osta alla possibilità di imputazione a capitale del conferimento d’opera l’incertezza che caratterizza tale conferimento sia sotto il profilo della sua corretta valutazione sia sotto il profilo della sua effettiva integrale esecuzione, in considerazione del legame con la persona del socio e con le sue vicende. Proprio l’incertezza che deriva da simili apporti li rende incompatibili con l’esigenza di effettiva formazione del capitale sociale, esigenza almeno in parte recepita anche dalla disciplina delle società di persone, a tutela in particolare dei terzi e, specialmente, dei creditori sociali che sarebbero indotti a fare affidamento su un capitale sociale della società almeno parzialmente non certo.

Una ulteriore conferma rispetto a tale interpretazione è fornita dall’art. 2282 c.c. che, nel disciplinare la ripartizione dell’attivo in sede di liquidazione societaria, prevede che, dopo l’estinzione dei debiti sociali, l’attivo debba essere destinato alla restituzione dei conferimenti specificando, per quelli diversi dal denaro (tra cui rientrano anche i conferimenti d’opera), che la restituzione sarà effettuata sulla base della valutazione risultante dal contratto o, in mancanza della stessa, con riferimento al valore che avevano nel momento in cui furono eseguiti.

Pertanto, se il legislatore in sede di liquidazione riconosce la necessità di fare riferimento ad una valutazione dell’apporto per procedere alla restituzione del conferimento al socio, ammette indirettamente che, durante la vita della società, questi apporti non siano stati imputati a capitale.

Tribunale di Roma, 21 Maggio 2019

Edoardo Fracasso – e.fracasso@lascalaw.com

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