Omessa dichiarazione: per la punibilità del prestanome è necessario che questi persegua il dolo specifico

Negato il diritto di recesso da una s.p.a. highlander

La Suprema Corte ha affrontato il caso di due soci che avevano comunicato il proprio recesso ad nutum da una società per azioni, ai sensi dell’art. 2437, 3° comma, c.c., poiché la società, costituita nel 2004, aveva una durata sino al 2100.

Come noto, l’art. 2437 c.c. prevede che, se la società è costituita a tempo indeterminato e le azioni non sono quotate in un mercato regolamentato, il socio può recedere con il preavviso di almeno centottanta giorni.

La norma è posta a tutela del generale principio di inammissibilità dei vincoli perpetui. Non si estende tuttavia alle società quotate in un mercato regolamentato poiché, in tale circostanza, il socio che intende disinvestire potrà farlo agevolmente cedendo la propria partecipazione.

La giurisprudenza ha da sempre equiparato, al fine di legittimare il recesso del socio ad nutum, la previsione statutaria di una società contratta per un tempo particolarmente lungo a quella di una società contratta a tempo indeterminato. E così con riguardo alla società a responsabilità limitata la Corte di legittimità aveva statuito che “in tema di società a responsabilità limitata, la previsione statutaria di una durata della società per un termine particolarmente lungo (nella specie, l’anno 2100), tale da superare qualsiasi orizzonte previsionale anche per un soggetto collettivo, ne determina l’assimilabilità ad una società a tempo indeterminato, onde, in base all’art. 2473 c.c., compete al socio in ogni momento il diritto di recesso, sussistendo la medesima esigenza di tutelarne l’affidamento circa la possibilità di disinvestimento della quota” (Cass., 22 aprile 2013, n. 9662; conforme: App. Trento, 22 dicembre 2006, in Società, 2007, 1478, con nota di Picaroni). Anche la sentenza della Suprema Corte del 29 marzo 2019, n. 8962, aveva confermato tale orientamento, specificando tuttavia che al fine di valutare la possibilità del socio di recedere dalla società ex art. 2473 c.c. occorre fare riferimento all’oggettivo progetto imprenditoriale, essendo del tutto irrilevante l’aspettativa di vita del soggetto persona fisica.

Il principio era stato esteso implicitamente a ogni tipologia di società di capitali e, dunque, anche alle società per azioni, dal Comitato Notarile del Triveneto che con la massima F.A.1 – DURATA PARTICOLARMENTE LUNGA – 1° pubbl. 9/04, aveva stabilito che “È legittimo prevedere negli atti costitutivi di società di capitali una clausola che determini una durata anche particolarmente lunga, dovendosi ritenere superata la precedente posizione contraria della giurisprudenza, alla luce della nuova disciplina che ammette la durata a tempo indeterminato”.

Sulla scorta di tale equiparazione, dunque, due soci di una società per azioni, costituita nel 2004 ed avente durata sino all’anno 2100, avevano fatto ricorso alla clausola compromissoria contenuta nello statuto della società, al fine di far accertare la legittimità del proprio recesso e il diritto di ricevere la liquidazione delle proprie partecipazioni. La società si difese sostenendo che una società per azioni costituita per un lungo termine di durata non può essere equiparata ad una società di capitali costituita a tempo indeterminato e che comunque la previsione di un siffatto termine di durata escluderebbe, per deroga, il diritto di recesso di cui all’art. 2437 c.c., che è derogabile non estendendosi a tale fattispecie il divieto di cui all’art. 2437, 6° comma, c.c..

L’arbitro unico decise tuttavia in favore dei soci, richiamando l’orientamento tradizionale che assimilava un termine eccessivamente lungo alla previsione di una durata indeterminata. Anche la Corte d’Appello di Bologna, con sentenza del 28 settembre 2017, adita dalla società soccombente in virtù dell’art. 829 c.p.c., confermò la decisione dell’arbitro.

La società non si diede per vinta e ricorse in Cassazione al fine di far valere le proprie ragioni.

La Corte di Cassazione con la sentenza in commento, accogliendo il ricorso, ha stabilito che “È escluso il diritto di recesso “ad nutum” del socio di società per azioni nel caso in cui lo statuto preveda una prolungata durata della società (nella specie, fino al 2100), non potendo tale ipotesi essere assimilata a quella, prevista dall’art. 2437, comma 3, c.c., della società costituita per un tempo indeterminato, stante la necessaria interpretazione restrittiva delle cause che legittimano la fuoriuscita del socio dalla società e dovendo anche escludersi l’estensione della disciplina prevista dall’art. 2285 c.c. per le società di persone, ove prevale l'”intuitus personae”, ostandovi esigenze di certezza e di tutela dell’interesse dei creditori delle società per azioni al mantenimento dell’integrità del patrimonio sociale, potendo essi fare affidamento solo sulla garanzia generica da quest’ultimo offerta, a differenza dei creditori delle società di persone, che invece possono contare anche sui patrimoni personali dei soci illimitatamente responsabili”.

Pertanto, ad avviso della Corte, la previsione di un termine che non solo vada oltre l’aspettativa di vita dei soci ma che ecceda anche il progetto imprenditoriale degli stessi, non consente il recesso ad nutum dei soci, non essendo la fattispecie equiparabile al caso di società costituita a tempo indeterminato.

Sarebbe questo il primo caso in cui l’ordinamento tutela un vincolo di fatto perpetuo.

La decisione in commento tuttavia si trova in contrasto con tutti i precedenti in materia e sarebbe dunque auspicabile un intervento delle Sezioni Unite.

Cass., Sez. I,  21 febbraio 2020, n. 4716

Fabio Dalmasso – f.dalmasso@lascalaw.com

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