L’assenza di preventivo non esclude il diritto al compenso dell’avvocato

Neanche settant’anni possono bastare ad usucapire un bene!

La presunzione di possesso utile ad usucapionem, di cui all’art. 1142 c.c., non opera quando la relazione con il bene non consegua ad un atto volontario di apprensione, ma derivi da un’iniziale atto o fatto del proprietario-possessore, come nell’ipotesi della mera convivenza nell’immobile con chi possiede il bene”.

Così si è espressa la Suprema scorta, con una recente sentenza.

Nel caso di specie, l’odierno soccombente, nel resistere alla domanda di rilascio svolta nei suoi confronti dal proprietario dell’immobile, ha dedotto di aver usucapito l’immobile per avervi ininterrottamente abitato fin dalla nascita, per oltre settant’anni, prima con sua madre e, dopo la di lei morte, da solo, altresì provvedendo a tutte le spese di manutenzione ordinaria e straordinaria, nel totale disinteresse dei proprietari del cespite.

In riferimento alle argomentazioni di cui sopra sia il Tribunale che la Corte d’appello hanno disatteso l’eccezione di usucapione proposta alla luce di incontestati elementi fattuali che hanno determinato la convinzione del giudice per cui l’attuale convenuto non possedesse l’immobile, bensì lo detenesse sulla base della permissio domini concessa.

È stato infatti richiamato dalla stessa Corte il principio per cui la detenzione può mutare in possesso soltanto con un atto di interversione, consistente in una manifestazione esteriore, rivolta contro il possessore, affinché questi possa rendersi conto dell’avvenuto mutamento, da cui si desuma che il detentore abbia cessato di esercitare il potere di fatto in nome proprio.

Ad abundantiam, infatti, il Giudice ha ricostruito la vicenda deducendo che l’occupazione dell’immobile da parte dell’odierno convenuto dipendesse da quella della madre, e quella di quest’ultima, a sua volta, non era sorretta dall’animus possidendi bensì dalla permissio domini.

Il soccombente dei precedenti gradi di giudizio ha pertanto proposto ricorso in Cassazione cui ha fatto seguito il controricorso di parte resistente.

Il ricorso è articolato in plurimi motivi quali il vizio per cui, secondo i giudici dei precedenti gradi di giudizio, l’usucapione fosse fondata sulla tolleranza dei proprietari, e la mancata valutazione ai fini dell’interversione del possesso, dei lavori di manutenzione svolti.

La Suprema Corte, tuttavia, facendo proprie le conclusioni dei giudizi precedenti, ut supra illustrate, ha inoltre colto l’occasione per ribadire un importante principio in relazione alle doglianze articolate.

In tema di interversione idonea a trasformare la detenzione in possesso, infatti, l’accertamento, in concreto, dei suoi estremi integra un’indagine di fatto, rimessa al giudice di merito, sicché nel giudizio di legittimità non può chiedersi alla Corte di cassazione di prendere direttamente in esame la condotta della parte, al fine di trarne elementi di convincimento, ma si può solo censurare, per omissione o difetto di motivazione, la decisione di merito che abbia del tutto trascurato o insufficientemente esaminato la questione di fatto della interversione. “Tale accertamento realizza un’indagine di fatto, rimessa all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, insindacabile in sede di legittimità, purché risulti logica e congruamente motivata”.

In definitiva non può trovare accoglimento e dunque il ricorso deve essere rigettato, trovando conferma le pronunce di condanna al rilascio dell’immobile dei precedenti gradi di giudizio.

Cass., Sez. II, 24 novembre 2020, n. 26688

Andrea Ferraguto – andrea.ferraguto@lascalaw.com

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