Il fornitore non è sempre responsabile del trattamento

Natura aquiliana del danno da occupazione sine titulo di immobile e onere della prova

«Qualora sia chiesto il risarcimento del danno conseguente alla occupazione senza titolo di un terreno, poi restituito dall’Amministrazione, non si applica l’art. 42 bis, comma 3, del testo unico sugli espropri (la cui regola del computo del 5% annuo sul valore dell’area si applica solo qualora l’Autorità che utilizza l’area ne disponga l’acquisizione) e il giudice amministrativo – in mancanza della specifica prova del danno conseguente al suo mancato godimento – può disporne la liquidazione secondo equità, tenendo conto della estensione del terreno, della durata della occupazione e della sua precedente utilizzazione, e può quantificare l’importo nel suo preciso ammontare (evitando la fissazione di parametri che implicano la previa determinazione del valore dell’area)».

Il Consiglio di Stato offre un’interessante precisazione in materia di liquidazione del danno da occupazione senza titolo.

La fattispecie è ormai un classico della giurisprudenza italiana: l’occupazione di un immobile senza titolo da parte di autorità espropriante e la conseguente domanda risarcitoria del privato. Nella fattispecie si trattava di restituzione integrale del bene, sul quale non era stata effettuata alcuna opera, a seguito della scadenza dei termini di occupazione provvisoria.

Ai fini del risarcimento del danno, vi era una giurisprudenza costante (anche del Consiglio di Stato) che faceva piana applicazione del criterio di cui all’art. 42bis.3 del d.P.R. 327/2001 e dunque calcolava forfettariamente il danno nella misura del 5% del valore del bene determinato ai sensi della medesima disposizione, anche nel caso di restituzione del bene, e non soltanto nel caso di acquisizione al patrimonio pubblico da parte dell’amministrazione.

Il Consiglio di Stato con questa sentenza prende una chiara posizione, anche sulla base di una pronuncia dell’Adunanza Plenaria (la 4 del 2020), in ordine alla propria stessa giurisprudenza. Invertendo, peraltro (da un punto di vista logico) i termini del discorso la sezione conclude che a) il privato ha dato prova generica del pregiudizio subito, b) si tratta di fattispecie di danno aquiliano ex art. 2043 c.c. e pertanto c) come precisato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, l’onere della prova incombe, in maniera rigorosa sul danneggiato.

Partendo, in effetti, dal secondo e terzo assunto (logicamente precedenti), la Sezione si sofferma sulla diversità di fattispecie: quella in esame è una fattispecie di danno aquiliano, nella quale la condotta dell’amministrazione, che occupa temporaneamente un bene e poi lascia scadere i termini (si badi: il provvedimento non è illegittimo, viene solo a scadenza) è equiparata a un fatto materiale.

La conseguenza della mancata emanazione del provvedimento definitivo di esproprio è che, per l’indennizzo (o meglio il risarcimento) del godimento del terreno non utilizzato, non si applica la presunzione di cui all’art. 42bis.3 d.P.R. 327/2001, applicabile, invece, qualora il procedimento sia terminato con  l’espropriazione: in tal caso, infatti, il bene immobile si converte in un valore di denaro, rispetto al quale è applicabile una vera e propria presunzione di produttività del medesimo mentre, e qui è il punto, rispetto al bene immobile non è detto che esso sia necessariamente produttivo.

Nel nostro caso, infatti, trattandosi del puro mancato godimento di un bene immobile, non ci si può attenere alla presunzione, ma è necessario che il privato dia la prova della effettiva e concreta perdita di utilità derivata dall’occupazione.

Si giunge così al punto (iniziale ma in realtà, dal punto di vista logico) finale dell’argomentazione, che precisa che il privato aveva dato una mera allegazione della perdita di utilità, trattandosi in realtà di terreno incolto e inutilizzato.

La sentenza è sicuramente interessante e ricca di spunti, tra i quali preme evidenziarne almeno due.

Il primo è quello della solo apparente logica antiproprietaria che la ispira, trattandosi in realtà di una lettura più vicina ad una ricostruzione costituzionalmente orientata della fattispecie. Lo sguardo attento all’effettiva modalità di godimento del bene (sottratto temporaneamente) altro non è che un richiamo, neanche troppo criptico, alla funzione sociale della proprietà: è giusto e legittimo che si risarcisca (l’an di cui parla la sezione), ma sul quantum è necessaria la prova dell’effettivo danno subito e quindi, preventivamente, dell’effettivo disvalore subito, essendo meritevole di risarcimento il pregiudizio a un bene inserito nel circuito economico, non a un bene improduttivo.

Sotto un secondo profilo, poi, la conclusione è anche logica e coerente col sistema delle prove, giacché l’onere incombe sul danneggiato, a tenore dell’art.2697 c.c., come da giurisprudenza ormai consolidata della Corte di Cassazione.

Cons. di Stato, sez. IV, 23 luglio 2020, n. 4709

Pierluigi Giammaria – p.giammaria@lascalaw.com

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