Collegio Sindacale: non indugiare, agisci!

Modifiche dei quorum deliberativi e (non) diritto di recesso

La deliberazione assunta da una s.p.a., concernente il mutamento dei quorum deliberativi assembleari, non rientra nell’ipotesi contemplata dall’art. 2437, comma 1, lett. g) Cod., Civ. e, per l’effetto, non legittima il recesso del socio che non vi abbia concorso.

Questo è il principio enunciato – nella sentenza n. 13875 del 1 giugno 2017 – dalla Corte di Cassazione, chiamata ad esprimersi sul ricorso presentato da due soci di una s.p.a avverso la decisione della Corte di Appello che ha rigettato la loro richiesta di accertamento della legittimità del recesso esercitato in conseguenza della delibera societaria con cui è stato adottato un nuovo statuto che ha recepito le approvate modificazioni dei quorum deliberativi assembleari.

Nella pronuncia in commento, i Giudici di Piazza Cavour colgono innanzitutto l’occasione per precisare come le ipotesi di recesso previste dall’art. 2437 Cod. Civ. dovrebbero essere lette in una chiave restrittiva e quanto più aderenti possibili al dato letterale. Ciò al fine, da un lato, di garantire la certezza che il precetto normativo persegue, ossia “certezza indubbiamente funzionale al buon andamento della società per azioni, le quali devono evidentemente essere poste in condizioni di apprezzare, prima di procedere, quali modificazioni statutarie faranno sorgere il diritto di recesso in capo al socio”  e, dall’altro lato,  “al fine di contemperare la tutela del socio con l’interesse conservativo della società e del patrimonio sociale, così da circoscrivere l’ambito di operatività del recesso in ragione degli effetti disgregativi dell’exit sul capitale sociale e sulla società“.

Tanto premesso, i giudici si soffermano quindi sulla possibilità o meno che le modifiche ai quorum deliberativi assembleari rientrino tra le “modifiche dello statuto concernenti i diritti di voto o di partecipazione” di cui alla lettera g, dell’art. 2347 comma 1, Cod. Civ.

Sul punto, i giudici chiariscono innanzitutto che l’espressione “diritto di voto” rinvia al precetto di cui all’art. 2351 c.c. con le eventuali limitazioni ivi previste (azioni senza diritto di voto, con diritto di voto limitato a particolari argomenti.ecc), con la conseguenza che per “ modifiche dello statuto concernenti i diritti di voto” devono intendersi, sul piano letterale, quelle che intervengono su tali limitazioni.

Evidenziano poi che per ” diritti di partecipazione” non possono che intendersi i diritti di natura economica e, dunque, i diritti di partecipazione agli utili: volendo infatti ricomprende in detta locuzione anche quelli di natura amministrativa (e, cioè, i diritti di voto), non si comprenderebbe l’espressione disgiuntiva “diritti di voto o di partecipazione”.

Alla luce di quanto sopra, quindi la Suprema Corte ritiene che la delibera in questione non sia sussumibile nell’ipotesi ex art 2473, comma 1, lettera g, Cod. Civ., in quanto, da un lato, non solo non va ad incidere sui diritti di partecipazione, ma nemmeno su quelli di voto, i quali, infatti ” nel loro assetto statutario non sono modificati affatto, né direttamente, né indirettamente, ma permangono immutati: ciò che eventualmente si modifica è il “peso” del voto, che può aumentare o diminuire, in maniera più o meno rilevante, a seconda dei casi. Ma il diritto al voto commisurato alle azioni rimane tutt’affatto immutato“.

Cass., Sez. I Civ., 01 giugno 2017, n. 13875 (leggi la sentenza)

Giada Salvini – g.salvini@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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